lunedì, Settembre 28, 2026

Ottobre – Giovanni Testa

Cari amici, rieccomi con la rubrica il personaggio del mese, con la storia di un ennesimo giro del Mondo raccontato questa volta da Giovanni Testa nel suo libro Mari Ultra. Se volete immergervi nello spirito del personaggio vi suggerisco di collegarvi prima a questo link , sedervi in poltrona e far partire il “nastro”… Gusterete di più la sua storia e se vi incuriosirà anche il suo libro

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Video presentazione MARI ULTRA

Giovanni Testa: personaggio poliedrico, sentimentalista, mi vien da dire che una ne fa ma cento ne pensa, insaziabile nel soddisfare la propria curiosità, nel cercare un nuovo limite da superare. Mi capita spesso di citare un aforisma: qual è il limite dell’uomo? orbene, leggendo di Giovanni mi è difficile riscontrare questo termine, perché sia nella ricerca dell’esprimersi sia nel superare (quasi) i confini del mondo, la parola limite è “riduttiva”.

Quando l’anno scorso nella “mia” isoletta di Tilos ho letto il suo libro” PACIFICO per due” per prepararmi ad intervistarlo, ero titubante sull’orientamento da dare al mio fil rouge: parlare dei viaggi? Del suo impegno sociale? Del suo amore per lo studio? Delle sue visioni sul futuro? Del suo amore per la storia e la filosofia?

Così non ho insistito, e sapendo che sarebbe uscito un suo nuovo libro, mi son preso del tempo… che adesso è arrivato al “capolinea”. Sì, perché nel libro MARI ULTRA ho trovato tutte le risposte che cercavo, e nel prosieguo della chiacchierata spero di riuscire a raccontare una storia “fuori tempo”, perché questa è l’estrema sintesi della “chiacchierata” con Giovanni Testa.

L’Intervista
Questa intervista è con te Giovanni, ma so benissimo che senza Marina il tuo viaggio forse non sarebbe mai iniziato

Con Marina navighiamo insieme da oltre cinquant’anni, ogni miglio fatto con lei è un’esperienza di vita in comune, una crescita in tutti i mari del mondo, quindi sostanzialmente la nostra rotta è una metafora della nostra vita, e le due cose si legano completamente.

Sono passati quasi dieci anni dal rientro in Italia dopo il tuo giro del mondo: parlami di Giovanni da giovane e di come è nato il suo rapporto con il mare

Potrei dire che sono nato in barca, i miei genitori sono nati a Zara e mi hanno sempre raccontato di quel mare Dalmata, che i greci tra l’altro chiamavano le Cicladi dell’Adriatico. E quindi quel mare è sempre stato per noi, per dirla in dialetto, “il più bel mar che ghe sia”, in dialetto Veneto, Zaratino, Dalmata, il più bel mare che ci sia. Nei primissimi anni settanta era stata la nostra meta preferita, era la nostra Polinesia, anche se allora non avevamo minimamente idea che in futuro saremmo andati con la nostra barca proprio in Polinesia.
Arrivavamo alle Incoronate, questo arcipelago d’isolette biancastre calcinate di fronte a Zara, con una barchetta a vela di sette metri e con un motore fuoribordo di sei cavalli. Allora era proprio una vera avventura. La passione, questo desiderio di andare in barca per mare, è nata dal ricordo dei miei genitori e da queste prime esperienze di vela in una Dalmazia che adesso non esiste più. Perché la Dalmazia negli anni sessanta, settanta era davvero un paradiso.

Se dovessi presentarti a un pubblico che ha letto di te, come ti definiresti?

Ho scritto quattro libri, l’ultimo, MARI ULTRA, ne è la sintesi ideale. Quindi è difficile per me darmi una definizione. Preferirei che fossero gli altri ad intuire o a tratteggiare quello che sono dal mio scritto.

Personalmente ti sentiresti più un navigatore o uno scrittore?

L’uno e l’altro. Io ho una cultura di base di matrice classica. Quindi ho una predisposizione, se vogliamo, a scrivere e a raccontare. Ma l’esperienza che ho vissuto, quella del mare, è un’esperienza che rischia, negli anni, di smarrirsi nel ricordo. Quindi, la navigazione, se ci ripenso, sfugge dalla memoria. Allora scrivo, e scrivendo non solo ravvivo l’emozione e la memoria delle cose vissute per mare, ma è un rifare anche la navigazione. È anche un ricordo che ridà quell’emozione e il contenuto si rinnova. Ma non basta. Il valore aggiunto di tutta questa disquisizione è la condivisione. Quindi, anche se mi ritrovo a scrivere del mio viaggio per un mio piacere, diventa poi, però, più interessante condividere queste esperienze con altri, come mi è capitato e mi capita di fare con una certa frequenza, in occasione di incontri con amici, o presso altri Circoli. Vedo allora che la condivisione diventa un piacere, una soddisfazione, perché spesso mi incontro con persone che condividono non solo questa vita di mare, ma anche i valori che stanno dietro a questa vita.

Beh, indubbiamente quello che dici è valido, quando parli della tua infanzia, avendola vissuta in un contesto importante per un ragazzino, ripensare alla gioventù è sempre un grandissimo piacere da comunicare agli altri.

Eh sì, certo, questa è la mia prima grande fortuna, quella di aver potuto vivere un’infanzia molto particolare, fortunata e molto felice, perché ho vissuto con amici della mia età con i quali ho condiviso le prime avventure: eravamo come selvaggi, in un ambiente assolutamente naturale. Allora il rapporto con la natura era senza alcuna mediazione, era diretto. Crescevamo nel verde, andavamo a giocare anche d’inverno sulla sponda del mare, e quando ti trovi in queste condizioni si impara molto dalla natura, si acquista quell’istinto primordiale che poi ti accompagnerà sempre, come leggere il vento seguendo il volo delle nuvole.
Quanti ricordi: eravamo piccoli, eravamo distesi su un prato verde, guardavamo le nuvole che passavano, le vedevamo scorrere in cielo, potevamo percepire la natura con tutti i cinque sensi, che è poi la base che ti consente di navigare non solo in barca, ma anche nella vita. Purtroppo oggi le cose sono molto diverse, i ragazzini hanno troppo spesso in mano il telefonino e tutto quello che un cellulare si porta dietro.


Noi due a Selve , Dalmazia, 1973


Incoronate, Valle Pischera

Il tuo passato professionale, come mai in Telecom? Il tuo giro del mondo era già in programma o è stato favorito dal pensionamento? Mi sembra anticipato, avevi solo 55 anni.

La storia vera è questa: ho fatto la maturità classica, dopo di che mi sono laureato in giurisprudenza. Avevo quindi una naturale predisposizione a poter intraprendere qualsiasi tipo di attività professionale, esclusa quella tecnica, perché di tecnica ne capivo ben poco. Il destino ha invece voluto che mi trovassi poi in una struttura, in un ambiente tecnologico avanzato. Il mio ruolo è stato quello – in estrema sintesi –   di “decoder”, di interfaccia per comunicare alla collettività, al mercato, il linguaggio delle nuove tecnologie digitali. Pochi conoscevano internet, la posta elettronica, i primi browser. In pratica mi sono trovato in una situazione analoga a quella che sta accadendo adesso con l’intelligenza artificiale.
È successo che all’inizio degli anni 2000 c’è stata una bolla tecnologica con una crisi sul mercato. Le società si sono modificate, è cambiata anche la tecnologia, si è evoluta, sono cambiate le proprietà, e alcune figure professionali, anche apicali, si sono trovate spiazzate completamente. Io invece d’essere spiazzato mi sono trovato …. in barca. Per me la situazione era ormai chiara, non ero più utile né richiesto in azienda e quindi per questo mi piace dire che mi sono trovato…. in barca.
La fortuna ha voluto che due anni dopo, per pura combinazione, Marina, che lavorava in banca, s’è trovata pure lei in una situazione del tutto analoga, con la fase delle concentrazioni bancarie e quindi senza lavoro. Così è nata l’opportunità di tornare a tempo pieno in barca.
Ci siamo mesi a cercarne una che ci consentisse qualsiasi tipo di navigazione, ovunque, e che avesse le caratteristiche tali da poter essere gestita da due persone. Avevamo sempre navigato in due e anche questa barca sarebbe stata destinata ad essere gestita da due persone.
Abbiamo scelto un Amel Super Maramu 2000, una barca, la terza Eutikia, perfettamente adatta ad essere portata da due persone. All’inizio non avevamo in mente di fare il giro del mondo, non ci pensavamo affatto, non era un sogno, sarebbe stata semplicemente l’inaugurazione di una nuova barca, in continuità con le decennali navigazioni nell’Egeo, nel Mediterraneo.

Hai scritto molti libri, da dove nasce la tua voglia di scrivere e soprattutto il tempo di farlo? C’è un leitmotiv che li lega?

Ho scritto il primo libro che riguardava la traversata del Pacifico, si chiama appunto “Pacifico per due”. Poi un secondo libro “Eutikia, una vela sugli oceani “che ne è un po’ la continuità fino al rientro in Mediterraneo. Poi il terzo “Vento e Cicale”, che riguarda i nostri circa trent’anni di Egeo. L’ho scritto quando siamo rientrati dal giro perché mi piaceva l’idea di riprendere la scrittura delle cose passate, della memoria.

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Quindi nel mio caso la scrittura è molto simile alla pittura: ci sono certi momenti che sono nati per essere ricordati e quindi vanno fissati.
La nostra contemporaneità non contempla purtroppo il ricordo, tende a schiacciare il passato in un eterno presente, mentre invece bisognerebbe fermarsi. Anche nel passato c’era questa logica del “tutto scorre”, del “panta rei” di Eraclito, ma oggi purtroppo non c’è proprio il tempo per fermarsi a scrivere, mentre invece varrebbe la pena di fermare il ricordo, proprio come dicevamo prima.
La necessità di ravvivare quello che è stato fatto.
Ma attenzione, non è sufficiente lo scrivere, sarebbe già un successo! Il fatto è che c’è un problema di contenuti, perché …”scripta manent”…e quando metti per iscritto un racconto bisogna che questo abbia dei contenuti. E i contenuti fanno parte dell’esperienza, quella tua e quella di chi ha avuto modo e la fortuna di vivere girando il mare in barca a vela, di avere una vita ricca d’incontri, d’avventure. Ma ci siamo capiti…

Venezia, la laguna, le isole ricorrono spesso nelle tue pagine. Qual è il nervo scoperto che Venezia ti tocca?

Venezia non è più una città. Si discute addirittura se sia persino morta. Come si può chiamare Venezia una città quando non ci sono più i cittadini? Nel dopoguerra c’erano circa 150.000 abitanti, ora siamo meno di 50.000, peggio della peste del 1630. Quando siamo rientrati dal giro del mondo, rimanendo staccati per un periodo di tempo dalla realtà veneziana, abbiamo guardato il tutto con occhi nuovi. E abbiamo rilevato questa crisi.
Sicuramente l’eccessivo turismo l’ha soffocata. Basti dire che in un weekend ci possono essere 200.000 visitatori con un rapporto da 5 o 4 a 1 rispetto agli abitanti, e diventa quindi un problema reale addirittura camminare per la città con l’invasione di così tanti turisti.
Poi c’è un’altra criticità che è veramente più difficile da intendere, quella per la quale noi abbiamo due buone, ottime università, Ca’ Foscari e Iuav, che offrono la possibilità di avere a disposizione laureati di qualità, quindi una possibile classe dirigente per questa città.
Invece se ne vanno via tutti, mentre in una situazione come questa servirebbero competenze, specifiche ed innovative, per la città, perché la situazione è particolarmente critica in questo momento. Bisognerebbe quindi trovare una nuova classe dirigente, e non parlo di politica ma parlo proprio di competenza, per trovare delle soluzioni complementari oppure alternative al turismo.
Oggigiorno, nell’ambito delle start-up, dell’innovazione, della ricerca, dell’ambiente, e sicuramente nell’ambito delle istituzioni internazionali, è stato fatto qualcosa, ma bisognerà fare molto di più, cogliendo l’occasione dei giovani competenti che escono, come detto, dalle nostre università.


ITACA,  Porto Vathy

Oltre a Venezia c’è un altro nervo scoperto, Itaca. La nomini spesso, fra l’altro è l’incipit e la chiusura dell’ultimo libro, un po’ come il viaggio, un sospiro fra le parole partire e arrivare.

Sì, Itaca è un faro. Il viaggio per mare è sempre stato considerato il vero viaggio. Quello per terra è sempre stato lento, spesso carico di pericoli. I nostri antenati ben consideravano il mare come un percorso, un ponte tra sponde anche tra loro molto lontane.
L’hanno percorso, per dire,greci, fenici, spagnoli, portoghesi, polinesiani, marinai di tutto il mondo, spinti da diverse motivazioni, possono essere lo scambio commerciale, esplorazioni, migrazioni.
Tutti ben conoscono l’Odissea di Ulisse, il classico personaggio che è nella nostra memoria collettiva. Questo per dire che nel viaggio non solo bisogna avere le motivazioni per partire, ma bisogna poi anche arrivare.
E questa sarebbe già una gran cosa, arrivare dopo un lungo viaggio per mare.
Resta il fatto che in questo viaggio, una volta partiti, una volta vissute le esperienze che avrebbe vissuto lo stesso Ulisse come metafora, una volta ritornati, il viaggio diventa un’occasione di nuovi incontri, di nuove conoscenze e nuove relazioni.
Allora si visitano nuove città, villaggi, si incrociano diverse culture. Durante un viaggio si impara molto, si osserva, si fondono relazioni inaspettate.
Quindi quando torniamo da ogni traversata, abbiamo la sensazione di aver imparato sempre qualche cosa di nuovo. E devo cercare di dare una struttura a quello che abbiamo imparato, magari scrivendo.
Perché, se così avviene, saremo sempre più ricchi, più ricchi di conoscenze. Però bisogna avere la pazienza di cercare, di curiosare, di rivivere la navigazione per questo il viaggio, Itaca, è sostanzialmente la metafora della nostra vita.
Devo dirti che Itaca, e l’ho anche ripresa nel libro, è il titolo di una poesia stupenda del 1910 di Konstantinos Kavafis. Spesso, quando vado agli incontri di presentazione dei miei libri, la fotocopio e la porto con me per darla alle persone presenti come un momento di raccoglimento, di osservazione, di riflessione, perché è una poesia straordinaria.


Giovanni e Marina Testa a Psara


Eutikia

Mi collego un attimo a quello che stai dicendo: non credi che il navigare prima del viaggio e con il viaggio intorno al mondo ti abbiano portato in un gradino più alto rispetto al livello del mare? in mare hai un punto di vista sicuramente esente da coercizioni rispetto a chi sta a terra, perché sei più a contatto con l’infinito, sicuramente più maturo, e la conclusione potrebbe essere che ti senti più filosofo.
E allora ti chiedo: l’aver navigato che cosa ti porta nel tuo rapporto con la vita?

Non è che si possa scindere l’esperienza della navigazione dall’esperienza complementare della vita che hai, che porti con te a bordo: quando navighiamo ci portiamo dietro anche molto di quello che abbiamo di “terrestre”, della cultura con la quale siamo cresciuti e abbiamo vissuto, quindi del rapporto con il contesto ambientale.
In fondo in cosa consiste la libertà che dà la navigazione: l’idea di raggiungere l’orizzonte, l’idea dell’infinito! Vedi scorrere il sole, scorrere da poppa a prua, dall’alba al tramonto, perché quando si fa una traversata nel Pacifico questo accade tutti i giorni, e vedi proprio il tempo che passa, vedi il sole sorgere di poppa e poi lo vedi per giorni e giorni e giorni passare a prua. Sempre andando verso ovest.
Ecco: ti dà una dimensione che raramente ti può capitare in una giornata normale vissuta a casa, perché in navigazione vivi veramente il tempo e anche lo spazio del tempo.
Sembra incredibile perché alle volte guardi il display della navigazione e vedi questi puntini rossi che ora per ora, giorno per giorno diventano una linea rossa, e in ogni momento nella linea sei in quel puntino, in quello spazio e in quel tempo, e, guarda caso, ogni momento è diverso dall’altro…
Per dirtene una, quando ho fatto la traversata dalle Galapagos alle Marchesi, circa 17 giorni, ho fotografato tutte le albe e tutti i tramonti e li ho messi in parte anche nel video di quella traversata. Se tu non li fotografi, non li metti nella memoria, tu avrai fatto 17 giorni di sole da poppa a prua e non ti ricorderai mai di quel sole.
Eppure ogni momento in cui tu l’hai guardato è un momento che ha arricchito la tua esperienza di vita e di vela durante tutti quei giorni.

Ricordo che nel mio piccolo ho sempre cercato di essere davanti al tempo e quando ho capito che non riuscivo più a calare le mie visioni sul mio ambito di “potere”, ho lasciato e ho deciso di tornare a girare il mondo. Mi sembra che anche tu abbia fatto la stessa scelta, una scelta di vita condizionata magari anche da due momenti temporali, lavorativi, che hanno permesso a te e tua moglie di fare questa scelta.

Non saprei dire se definirla esattamente una scelta di vita, perché una scelta di questo tipo presupporrebbe un’alternativa; per noi è stata semplicemente una continuità del nostro modo di vivere, perché abbiamo sempre concepito il viaggio come conoscenza, e abbiamo viaggiato molto anche senza andare in barca a vela!

Sì ma quando c’è di mezzo il vincolo del lavoro, tua moglie in banca e tu alla Telecom, la tua vita era condizionata, e quando hai smesso di lavorare hai fatto una scelta di vita. Io ho scelto di “andare a vedere cosa c’era dietro l’angolo”, però bisogna essere senza il vincolo del lavoro.

Certo, bisogna essere senza il vincolo del lavoro, e bisogna avere la fortuna di non essere altrimenti condizionati. Però bisogna avere anche quell’ottimismo, quella visione, che mi porta ancora adesso a scrivere nelle dediche sui miei libri, “il prossimo miglio sarà sempre quello migliore”.

Ma ti direi anche un’altra cosa, che per fare certe scelte bisogna avere sicurezza in se stessi.

Qui tocchi un tasto fondamentale, che non abbiamo toccato fino adesso: aver fatto 50 anni di vela con Marina e con diverse barche e di aver fatto il giro del mondo in 12 anni, è basato esclusivamente su questa triade. Noi due e la barca e nella fiducia reciproca su questa triade. Se tu non hai fiducia nel tuo compagno di vita, nel tuo compagno a bordo, non hai fiducia nella barca, è meglio non partire, perché ho visto che molti sono partiti ma poi si sono fermati, gli equipaggi si sono divisi. Molte amicizie si sono compromesse, anche se magari altre si sono fatte, però la fiducia è fondamentale.
La fiducia è la base non solo per arrivare, perché bisogna poi anche arrivare, ma anche della qualità della vita a bordo; i mugugni, gli attriti sono inevitabili, però deve esserci fiducia fra l’equipaggio, deve esserci una “comunanza di amorosi sensi”, una sintonia consolidata da diversi anni di conoscenza e da diverse esperienze.
Non bisogna trascurare la differenza generazionale: se io parlo adesso con un navigante che ha 40 o 50 anni vedo hanno altre priorità, capisco che probabilmente ha bisogno di fare anche altre esperienze, lo capisco, però la fiducia è alla base di qualsiasi progetto di vita in barca, per navigare, per regatare, per veleggiare immaginiamoci per una lunga traversata per gli oceani del mondo.


In bolina con la prima Eutikia alle Incoronate


 Eutikia  in partenza da Darwin, Australia

Trovo spesso nei tuoi libri collegamenti con la storia, riferimenti che poi diventano parte integrante del libro Mari Ultra, è sempre stata una tua passione? Forse legata al percorso classico?

Sì, sì, è sicuro, noi abbiamo la grandissima fortuna di vivere nel Mediterraneo. Sicuramente è il mare più ricco di storia che ci sia in tutto il globo terracqueo.
Mi è capitato più volte che in qualche porto, in Nuova Zelanda o in Australia per esempio, avendo di poppa il gonfalone di San Marco, ovviamente una bandiera sconosciuta, molti mi venissero a chiedere da che parte io venissi e quando dicevo “vengo da Venezia” tutti mi guardavano con gli occhi così e mi dicevano…
«il nostro sogno è di andare over seas e di visitare la bella Venezia! Il nostro primo desiderio è quello di venire nel Mediterraneo».
Evidentemente questo significa qualcosa. Quindi noi, nati qui nel Mediterraneo, non possiamo rinunciare ad una visione storica dei posti che ci hanno visto nascere. È impossibile!
Non solo, ma l’esperienza del vissuto, della visione storica del mare dove vivi, del Mediterraneo, ti aiuta ad acquisire una struttura mentale per interpretare anche le tradizioni, le culture dei mari che sono più lontani, più sconosciuti.
Quindi noi velisti del Mediterraneo abbiamo una grandissima opportunità: quella di fermarci e di leggere le due cose insieme, questo panorama culturale che ci circonda insieme al panorama naturale.
La storia da questo punto di vista ci aiuta, perché se vai a Creta non puoi non conoscere la storia di Minosse, oppure sempre su Creta la storia dei Veneziani o vai ad Astypalea la storia dei Querini, se vai nel nostro meridione e ti fermi a guardare le bellezze dei teatri romani e greci che ci sono, come fai a non riconoscerti?  come fai? Ecco quindi che la storia fa parte del nostro destino.

Nella copertina di “Pacifico per Due” leggo:
“è notte fonda, senza luna, piove, tira vento, solo una lucetta. Marina cosa vedi laggiù? Ore 3 circa, sul radar una macchiolina che va e viene…siamo in pieno sud Pacifico verso la Nuova Zelanda ma potremmo essere ovunque in questo sconfinato Oceano”
Oggi ripensandoci, cosa ti suscita?

Ricordo perfettamente quel momento, era una situazione piuttosto complicata, perché eravamo in navigazione da giorni, stavamo venendo dalle Tonga diretti alla Nuova Zelanda, ed avevamo le tipiche condizioni di vento che si incontrano scendendo di parallelo, lasciando i venti classici di sud est per ficcarci nelle perturbazioni che poi vengono da ovest e che si infilano tra la Nuova Zelanda e l’Australia, e quindi c’era un po’ di preoccupazione a bordo.
Hai presente, per entrare nei grandi alberghi, dove ci sono quelle grandi porte a vetri che ruotano ed entri da una parte, spingi, fai 2-3 passi e esci dall’altra parte… ecco, andando verso sud, verso la Nuova Zelanda bisogna infilarsi tra una perturbazione e l’altra, come in una porta girevole.
In quel momento avevo visto una luce a prua, un verde puntino sul radar, ed era un cargo che se non ricordo male mi pare si chiamasse Maria, un nome familiare facile da ricordare. L’ho visto pure sull’AIS, eravamo in rotta di collisione. Stavo avanzando a fatica con due mani di terzaroli e motore. Riuscivo appena a stare sopra vento per non scadere rispetto al punto di arrivo che avevo fissato a Bay of Islands, nell’estremo nord della Nuova Zelanda.
Era notte, cercavamo di avanzare in quelle condizioni di vela e motore contro vento e mare formato. Quando sei in mezzo all’oceano bisogna andare a vela, non hai molte alternative. Avevamo tuttavia optato per quella andatura fino alle luci del giorno per poi decidere cosa fare.
In quelle condizioni precarie, ho chiamato il comandante di quella nave ma questo, in inglese storpiato, mi diceva che non mi vedeva. Gli dico: “come fai a non vedermi? Vai a vedere, no? Mi vedi sicuramente!”
E per un pezzo non lo sento e poi lo richiamo e mi dice: “…no, non riesco a vedere il tuo verde e il tuo rosso”
“Ma no, gli dico! Non fuori, mi puoi vedere sul display, dove c’è l’AIS ! Mi vedrai sicuramente!” “Ah, sorry, sorry”
Allora è andato a vedere sul display e alla fine mi ha visto! Ha modificato la rotta lasciandomi passare. L’ho ringraziato e siamo passati abbastanza vicini, e questa volta deve aver visto sicuramente le nostre luci.
Questo per dire come alle volte le tecnicalità, le difficoltà che si trovano nella navigazione dipendono da un lato dalla professionalità o meno del personale della nave che stai incrociando, e dall’altro dal fatto che sei in mezzo ad un mare stupendo, con un cielo in movimento, stai lottando per gestire la situazione con la natura e invece ti trovi improvvisamente a gestire una situazione con un umano. Ecco questa vicenda è un po’ un classico esempio di quello che può succedere nella navigazione d’altura.

Parlando del titolo dell’ultimo libro “MARI ULTRA”, dicevi che ti piacerebbe che fosse inteso come una navigazione alla ricerca dello spirito più autentico dei luoghi: cultura, storia, tradizioni letteratura, arte, grandi interpreti. Col senno di poi ti ritrovi, dopo aver pubblicato il libro, con questa premessa?

Sicuramente sì, ho fatto leggere alcune bozze ad alcuni amici e mi hanno detto che il libro è molto ricco di spunti, però richiede una certa attenzione. Non è un libro che scorre facilmente, bisogna anche fermarsi e cogliere la narrazione in ogni suo episodio, nel suo evento, nella sua caratteristica anche di vissuto.
Mi spiego, le componenti del libro sono come dipingere un acquerello, cioè ti trovi di fronte a una pagina bianca, che devi riempire , e in quel momento devi avere la fortuna di trovarti in una situazione di emozione, sempre in relazione allo spazio e al tempo, tale che sia positiva e favorevole per prendere la penna in mano, o  prendere il pennello in mano, dove quando incominci a mettere giù i colori, questi colori incominciano a disegnare uno scenario, un panorama che prende forma e così accade anche con il libro.
In questo caso i colori del libro sono l’evento, sono la letteratura, sono la poesia, sono gli incontri e quindi così come con il pennello mescoli queste tinte e crei l’acquerello, così con il libro è la stessa cosa, mentre scrivi  aggiungi qualcosa di volta in volta… qui ci metto un po’ di letteratura… qui ci metto un po’ di storia… qui ci metto un po’ di poesia… qui ci metto un po’ d’avventura… qui ci metto quello che è successo, e un po’ alla volta nasce il racconto e con questo vai oltre quella che sarebbe stata la trama consueta di un viaggio.
Avevo già scritto i primi due libri quasi fossero un Diario di Bordo, ma con questo sistema vai un po’ oltre, perché con questo succedersi di colori, di elementi, ti ritrovi anche ad andare oltre, vai oltre, ritrovi veramente lo spirito dei luoghi e trasmetti l’anima del posto e racconti quello che abitualmente non si scrive: ci si ferma alla sponda, ci si ferma all’ancoraggio, ci si ferma alle cime a terra, invece così si riesce ad andare oltre.
Ed ecco anche il titolo del libro: MARI ULTRA

Io sono un po’ cattivello perché nella domanda che ti faccio adesso ti chiedo una cosa diversa: nel tuo libro ci sono così tante chiavi di lettura, forse troppe, forse sei tu così?

Beh sì, non c’è dubbio su questo, ne parlavamo prima no? la formazione di base che ho avuto a scuola era classico umanistica, ma poi sono finito a fare esperienze tecniche, ho fatto un po’ il decoder, quindi sono due competenze che tra di loro non si sposano tranquillamente. Quindi sono stato costretto nella mia attività prima professionale poi nella navigazione, ad essere disponibile e curioso per gestire e risolvere problematiche di diverse realtà, un po’ come un sistema multitasking.
Infatti adesso continuo ad essere così. Passo tranquillamente da un testo scritto storico che riguarda Venezia alla musica contemporanea, oppure da un testo scritto che riguarda la navigazione a un testo scritto che riguarda… che ne so… l’intelligenza artificiale, quindi sono convinto che sia frutto di abitudine mentale

Sì, però è un’abitudine mentale che viene a chi ha vissuto in un certo modo, soprattutto (mi è facile dirlo) per chi ha navigato molto, perché navigando ti abitui a passare fra situazioni, ambienti, popoli, condizioni diverse che ti allenano e non dico che diventi filosofo nel senso classico, ma sicuramente la filosofia di vita cambia.

Sì certo, cambia, soprattutto migliora perché ti apri e quindi sei più disponibile ad ascoltare: oggi si ascolta molto meno di una volta, e invece l’ascolto è importante. Condividere le esperienze, ascoltare quello che altri hanno da dire, anche in altre parti del mondo, è molto istruttivo e ti allena ad amare il pensiero.
C’è da dire anche un’altra cosa molto più banale, molto più pratica: molti pensano che, andando in barca a vela, la vela sia l’aspetto principale, ma non è proprio così.  In realtà la vela, la barca, è un “oggetto” molto complesso, che richiede quindi molteplici attenzioni e competenze, deve esserci un rapporto con “LEI” molto diversificato, molto eclettico, perché bisogna essere meccanici, bisogna essere elettricisti, bisogna essere elettronici, essere idraulici. Per mettere insieme tutte queste attitudini bisogna avere un po’ di filosofia… anche lì!
Io parlo con la mia barca, quando scendo dentro nel vano motore incomincio a dialogare e le dico ‘<<ciao come va, Yanmar? cosa mi combini oggi?>> e quindi si crea anche una dialettica con la barca come se mi capisse, anche nei dettagli che sembrano banali, ma non lo sono affatto.


Galapagos, la nostra piccola e curiosa otaria


Eutikia alla fonda a Fatu Hiva, isole Marchesi

Riferendomi al sud Pacifico del 2011, nomini due cose che ti hanno sorpreso non so se te le ricordi: la velocità della barca, quindi primo complimento al Super Maramu, poi la luna fantastica, piena, argentea come il “fanal del codega” (il codega era il portatore di lanterna a Venezia) e infine una terza che non dici per scaramanzia; a cosa ti riferivi?

Hai messo nella premessa due situazioni che sono d’incanto: la barca che fila liscia, e la luce della luna, sentire il gorgoglio della tua barca sotto la prua, miglia su miglia, e vedere il riflesso della luna sul mare, le vele piene illuminate di notte che diventano bianche. E’ esattamente quello che molti velisti hanno vissuto e che si portano nel cuore per anni, per sempre, si tratta di momenti perfetti, ma basta un niente, molto poco, per rompere questo incantesimo.

Quindi la terza sarebbe che non è mai successo niente di brutto?

Non a caso il nome della mia barca è Eutikia, in greco vuol dire buona sorte, buon destino. In quel momento bisogna avere il buon destino!

Ho letto che ti sentivi con “Grande Laguna”. Con chi tenevi i contatti in Italia oltre a lui? con Starlink oggi è tutto più semplice, finché dura.

Nel momento in cui allestivo la barca per la partenza ho avuto fortuna. Avevo letto molto e sapevo che era assolutamente indispensabile che ci fosse a bordo una radio ad alta frequenza. Avevo due amici, li ho ancora, uno era un mio collega di lavoro, un appassionato radioamatore, una persona formidabile e un altro che abita vicino a me, anche lui radioamatore, carissimo amico. Mi hanno aiutato a montare la radio a bordo. E’ stata l’unico link di contatto che abbiamo avuto per lungo tempo con gli amici a casa e con altri navigatori
Avevamo anche il telefono satellitare, ma allora serviva esclusivamente per eventuali emergenze o chiamate urgenti a casa, alla famiglia, non certo per il piacere di comunicare con altri in giro per il mondo o per diletto.
Invece con la radio si entrava nel net e quindi c’era “Grande Laguna” che faceva il coordinatore, poi c’era un altro coordinatore nel Pacifico, Luigi, una persona straordinaria. Siamo pure andati a bordo da lui e così finalmente ci siamo conosciuti anche di persona nel bel mezzo di un atollo.
Del resto tutti i radioamatori hanno una straordinaria caratteristica, di essere sempre molto disponibili ad aiutare gli altri, e questo è molto importante. Ecco quindi che avere una radio a bordo aiutava molto!
Con il personal computer e il modem della radio, il Pactor, sono riuscito, con un po’ di pazienza in attesa della migliore propagazione delle onde radio, a inviare agli amici anche delle fotografie, a comunicare anche per immagini, non solo voce.

Nella barca che ho venduto usavo anch’io il Pactor, ma adesso le nuove tecnologie della telecomunicazione sono radicalmente cambiate. Con Starlink è cambiato il mondo, oggigiorno tutti amano Starlink… finché funziona…

Io credo che le soddisfazioni e le emozioni che noi provavamo quando sentivamo la voce per radio, di notte, in navigazione o magari eravamo in una baia dove sentivamo queste voci che venivano dallo spazio, ma non dallo spazio da satelliti ma dalle onde radio, e raccontavamo le emozioni di arrivare in un posto che prima era sconosciuto, fossero impagabili.  Era una cosa straordinaria, adesso con Starlink ti trovi Google Earth online.  Vai a vedere le mappe, arrivi in un posto, sai già dove sei, dove dovrai andare. Entri in un paesaggio che già conoscevi prima e ti toglie il brivido dell’avventura, della poesia, di essere arrivato lì per la prima volta perché in pratica ci sei già arrivato virtualmente!

Una curiosità: dopo Tonga sei sceso in Nuova Zelanda, poi sei risalito alle Vanuatu, per ridiscendere in Australia… per il meteo?

Sì, per il meteo, ma anche perché volevo vedere la Nuova Zelanda, ai margini del triangolo polinesiano, ove le più violente tempeste tropicali non arrivano.


il triangolo Polinesiano  


Eutika a Suwarrow, Anchorage Island

Alcuni scelgono invece di non scendere sino alla Nuova Zelanda e di lasciare la barca alle Fiji, a Vuda Point Marina, con lo scafo sistemato con cura in una buca larga quanto l’opera viva. Ne resta fuori solo l’opera morta e l’albero. Però con quel ventaccio se arriva qualcosa di “volante” il rischio c’è sempre. E siamo comunque in zona uragani da novembre ad aprile.
Devo dire che la nostra permanenza in quel paese è stata veramente straordinaria. Lasciata la barca a nord, ad Opua, abbiamo girato la South Island. Ho preso una macchina a noleggio per visitarla per bene tra fiordi, ghiacciai, laghi, parchi e devo dire che è uno dei tre posti più belli, più interessanti, più avvincenti del giro del mondo… perdere la Nuova Zelanda sarebbe stato un vero peccato.

L’ho fatto anch’io, ho preso il camper e ho girato tutte le due isole per un mese.

Ecco, allora mi puoi capire perfettamente.


Il trafficato stretto di Singapore

Senti, andiamo più a nord, attraversare lo Stretto di Singapore per arrivare a Raffles Marina per me è stata l’esperienza più importante di tutte le navigazioni che ho fatto: e per te?

L’esperienza di navigare in mezzo a quel traffico marittimo è un’esperienza che genera una certa adrenalina, anche se oggi le nuove tecnologie dell’AIS ti aiutano abbastanza, perché in effetti sei in grado di valutare meglio la rotta, la velocità, le intenzioni di ogni singola nave, del traffico marittimo nel tuo raggio d’azione.
Le autorità portuali obbligano di avere l’AIS e sono molto presenti anche per radio per dirigere il traffico. Non solo, ma quando sei sul VHF canale 16 (il Traffico Marittimo è diviso altresì in settori, ciascuno con il proprio canale VHF) senti anche il colloquio tra i vari capitani delle navi che stanno muovendosi e quindi riesci a capire se stanno sul portside o starboard . Ti regoli quindi di conseguenza per infilarti tra una nave e l’altra. Lo stesso accade poi lungo lo Stretto della Malacca. Mai viste così tante navi in fila indiana. E vedi caso, quasi tutte cinesi!
Ma quello che più mi ha più colpito, entrando nello Stretto di Singapore e poi anche nel vissuto della visita alla città, modernissima e per certi versi anche molto bella, è stato il contrasto tra l’ultima isola dell’Indonesia, che tu lasci di poppa, e la stessa Singapore.
L’Indonesia… eravamo appena stati nella foresta del Borneo per incontrare gli orangutan. Tornavamo a bordo di Eutikia, con un barchino locale, al tramonto, nella prima oscurità. Il canaletto che stavamo seguendo era avvolto dalla foresta tropicale, illuminata da mille lucette, di lucciole che brillavano a destra e a sinistra, ovunque. Uno spettacolo unico, veramente unico!
Dopodiché passi, poche miglia oltre, dalla realtà naturale di liane, della giungla, di alte foreste, allo Stretto di Singapore. E ti trovi di fronte a questa “foresta” di cristallo, di acciaio, di cemento, con finte palme gigantesche sulle quali si può salire, collegate tra di loro da ponti sospesi nell’aria.
È veramente incredibile la trasformazione: da una parte l’orangutan, tradotto l’uomo delle foreste, e dall’altra l’uomo della frenetica città moderna.
Ho trovato questo contrasto assolutamente stupefacente.


Mamma orangutan regge il suo piccolo tra le alte fronde della giungla del Borneo


 La giungla di acciaio, cristallo e cemento di Singapore

Ho letto che citi spesso alcuni personaggi più o meno famosi: Cook, Tupaia, Robert Frisbie, Melville, Moitessier, Tom Neale, Aloi Pilioko. Vuoi raccontarmi di qualcuno in particolare?

Seguendo un po’ anche il discorso che abbiamo fatto fino adesso, quello che più sorprende è il personaggio Tupaia, il classico rappresentante della cultura più autentica polinesiana del sud Pacifico.
È difficile nelle letture che facciamo che si possa trovare un personaggio che rappresenti così bene, immediatamente la natura intrinseca del popolo polinesiano. Questi grandi navigatori hanno popolato le isole del triangolo polinesiano, da ovest verso est, dall’antichità più remota, sin dal 1000 a.C. Ancora oggi riusciamo a leggere, attraverso diverse testimonianze dei grandi esploratori, delle loro avventurose navigazioni oceaniche.
James Cook incontrò Tupaia (1769) quando venne con le canoe sotto bordo all’Endeavour. Gli scienziati di bordo capirono subito che quello strano personaggio, oltre ad essere molto rispettato dai suoi, aveva qualcosa di particolare. Era molto curioso, voleva capire da dove erano venuti questi bianchi con questi grandi vascelli, come erano riusciti ad arrivare nella loro laguna. Anche lui aveva navigato a lungo e quindi era assai sorpreso.
Venne a bordo più volte, invitato da Cook, e ogni volta che l’astronomo di bordo faceva a mezzodì i rilevamenti dell’altezza del sole (tra l’altro Cook era giunto in quelle isole proprio per rilevare il passaggio di Venere davanti al sole), era curiosissimo di capire il perché.
Dopo qualche giorno, nel dialogo tra questi personaggi completamente diversi per cultura, gli inglesi, figli dell’Illuminismo europeo, e questo Tupaia, il “buon selvaggio”, emerse che la tradizione, la cultura orale, la visione della navigazione dei Polinesiani poteva diventare di grande aiuto. Cook infatti era impegnato a localizzare il presunto, quasi mitico, continente australe che i geografi in allora immaginavano doversi trovare proprio nel sud Pacifico per bilanciare il vasto continente euroasiatico.
Tupaia sapeva leggere le nuvole, sapeva leggere le onde, sapeva leggere le correnti, sapeva leggere le stagioni, sapeva leggere soprattutto le stelle, il sole, sapeva come spostarsi d’isola in isola. Usava i suoi cinque sensi ed aveva una conoscenza atavica delle tradizioni orali, passate di generazione in generazione anche con i canti.
Cook e i suoi incominciarono a chiedersi se Tupaia avesse un suggerimento, un’idea, in quale direzione potesse essere questa Terra Australis. Tupaia, vedendo che a bordo c’erano delle carte nautiche, cercò pure lui, aiutato dagli scienziati di bordo, di disegnare una sua mappa delle isole dell’arcipelago, del Pacifico che conosceva, dove la dimensione dell’isole non era in funzione della loro dimensione geografica ma per l’importanza come punti di riferimento per la navigazione.
Una copia di questa carta, si chiama appunto Carta di Tupaia, esiste ancora oggi ed è reperibile anche on line. L’ho citata e copiata nel libro. Tupaia suggerì che navigando verso sud non avrebbero trovato nulla, ma Cook volle esserne certo e proseguì ben oltre prima di ritornare verso ovest. Tupaia rimase a bordo e fece da interprete con i maori neozelandesi. Morì l’anno successivo a Batavia, l’odierna Giacarta, vittima indifesa di quelle malattie importate dai primi mercanti.
Per curiosità, alcuni studiosi hanno poi dimostrato, attraverso una certa procedura, che, incredibilmente, sulla carta di Tupaia l’orientamento, per esempio, delle isole Hawaii, dal punto dove loro si trovavano, differiva di soli 5 gradi rispetto al reale rilevamento, pensa un po’!
Quindi la tradizione culturale e la competenza tecnica di Tupaia erano assolutamente di gran valore. Solo che la visione di quell’ immensità, del moana, era quella dalla sua canoa!

Nella tua libreria del mare quale nome spicca? Un navigatore che hai avuto come esempio passato e presente?

Visto che abbiamo parlato di Tupaia, ti dico subito chi è. E’ Cook, James Cook secondo me è assolutamente il più grande navigatore di tutti i tempi. Come personalità, come capacità di comando, come tecnica di navigazione e di risultati nella storia delle scoperte, della cartografia nautica.
È stato sicuramente il navigatore più importante nella storia delle esplorazioni del pianeta, ma non del pianeta terra, bensì del pianeta mare, perché noi chiamiamo Terra quella che in realtà è il pianeta mare.
Lui del Pacifico ha esplorato tutto. Nell’estremo Pacifico meridionale, superando più volte il Circolo Polare Antartico, dimostrò definitivamente, con diverse spedizioni, che la leggendaria Terra Australis, ipotizzata dai geografi dell’epoca, non esisteva proprio. A nord cercò invano il mitico passaggio per collegare il Pacifico all’Atlantico attraverso l’Artico. Questa fu la sua ultima spedizione. Al ritorno, alle Hawaii, troppo confidente nella buona accoglienza dei nativi, fu sorpreso e massacrato.
È una cosa fantastica seguire lo storico neozelandese John Beaglehole, morto qualche anno fa, che ha curato i tre “giornali di bordo”, e scritto una biografia di Cook pubblicata postuma.
Ho avuto la fortuna di averli letti prima di partire e me li sono portati a bordo. Durante la nostra navigazione lungo l’interminabile Grande Barriera Corallina australiana, avevo il libro di Cook in mano ed era come se leggessi un portolano di oggi. Non è cambiato nulla, navigavo con le indicazioni di Cook…
Ho evitato però di andare sugli scogli, come invece capitò a lui alle prime luci dell’alba. La zona adesso si chiama appunto Endeavour Reef.
Questa vicenda è davvero curiosa. Cook, molto previdente, andava sulle cime delle colline per vedere dall’alto dove poter passare navigando, tra un reef e l’altro, e quindi procedeva in sicurezza, per quanto possibile anche facendosi precedere da una pinaccia di bordo, e mappava sistematicamente. Le sue carte, incredibilmente, sono state utilizzate fino all’inizio dell’ottocento ma anche oltre.
Pensa che le prime mappe della barriera corallina australe sono state realizzate solo nella seconda guerra mondiale, perché gli australiani hanno messo delle mine per difendere le loro coste dall’invasione giapponese e per posarle dovevano ben sapere dove le stavano mettendo, ed avere quindi mappature certe.
Prima di allora c’erano solo due mappe, quelle di Cook appunto e quelle di Flinders.
Altro grandissimo navigatore, esploratore e cartografo inglese. Questi due personaggi hanno mappato per primi tutta l’Australia e hanno reso possibile la sua colonizzazione.

Hai mai pensato di fermarti in qualche posto oppure ti sarebbe piaciuto andarci a vivere?

Questa storia del posto è un classico, è proprio così, soprattutto dopo aver navigato molto uno dice: qui vivrei volentieri, qui mi piacerebbe stare veramente.
Il posto dove vivrei volentieri è nel Mediterraneo. Nelle altre parti del mondo va a finire che ti troverai sempre in un contesto culturale, sociale, politico che non ti appartiene quindi non sarà comunque mai facile convivere con realtà diverse.
Il Mediterraneo invece è il nostro ambiente naturale e quindi io sceglierei un’isola del Mediterraneo.


Alle Vav’u, Port Maurelle

Ti dirò di più. Me ne sono convinto dopo aver letto, tanti anni fa, un libro straordinario, “Vent’anni di Mediterraneo” di Göran Schild.
Göran Schildt con la sua Daphne, un piccolo ketch di legno allestito e costruito in Liguria, ha girato il Mediterraneo negli anni ‘50, subito dopo la seconda guerra e l’ha girato per 20 anni.
Ti lascio immaginare negli anni ‘50 cos’era la Grecia. Racconta che, arrivato in una baia dell’isole Ionie, s’è avvicinato alla riva e gli è venuta incontro una barchetta con due ragazzini a bordo. Uno suonava il flauto, l’altro li ha invitati a terra insieme alle pecore che stavano pascolando. Scene bucoliche, arcadiche d’altri tempi. Dopo aver navigato per tutto l’Egeo ha trovato rifugio a Leros, in una casa nei pressi di Agia Marina, ed io sono andato a cercarlo.
La prima volta mi è andata buca, perché non sapevo dove abitasse. Avevo cercato di riconoscere la sua abitazione dalle fotografie che erano state pubblicate in bianco e nero sul suo libro “Vent’anni di Mediterraneo”. Chiedendo in giro, sono riuscito  a trovare quella che poteva essere la sua casa, ma era chiusa.
Con Eutikia sono ritornato a cercarlo al rientro del giro del mondo. Purtroppo ho saputo che poco tempo prima lui era mancato. Desideravo comunque vedere se la casa fosse proprio quella che avevo individuato anni prima. Ho suonato e mi ha aperto un’affabile signora greca vestita di nero, la governante. Mi dice che la proprietaria sarebbe rientrata dopo pochi minuti.
Aspettiamo ed ecco che poco dopo arriva, Christine, la moglie di Göran, occhi azzurri come il cielo. Ci ha subito invitati ad accomodarci per un tè sotto le fresche frasche di una candida terrazza, affacciata sul blu dell’Egeo. Ci siamo raccontati dei nostri mari, degli anni passati con Göran, insomma dei nostri vissuti. Le ho fatto pure vedere l’acquerello che avevo dipinto della loro Daphne, incontrata in Turchia nei primi anni ’80.
Ci fece vedere gli arredi d’epoca degli interni. Scrissi infine, con emozione, un ricordo sul suo libro degli ospiti. Devo dirti che quella è stata un’esperienza veramente magnifica. Ecco, questo potrebbe essere il posto ideale.

Gli errori da evitare o le precauzioni da prendere in navigazione: mi ha colpito la tua gabbia di Faraday

Il primo errore da non fare è prendere la barca sbagliata. L’importante è avere, come dicevamo, piena fiducia nella propria barca, una barca assolutamente sempre in perfette condizioni e quindi sempre pronta a mollare gli ormeggi e a partire. Avere una buona barca che sia correlata alle capacità nautiche dell’equipaggio, questa è la base fondamentale. Ho il terrore dei fulmini, assai pericolosi per le persone ma anche per tutti i componenti della barca. Così cerco di proteggere l’elettronica essenziale infilandola in forno, una piccola ma efficiente “gabbia di Faraday”.

Incidenti ne ricordi qualcuno che poteva essere evitato?

Fortunatamente incidenti di navigazione in senso stretto, quindi abbordi in mare, ormeggi difficili, danni alla barca o ad altre barche fortunatamente non ne ho avuti. Ho avuto i pirati a bordo, se questo può essere un incidente, ma questa è un’altra storia!

Ho letto che hai subito anche qualche furto, oltre alla visita dei pirati in Madagascar.

L’incidente dei pirati ci è capitato a Mahajanga, un piccolo villaggio portuale nel quale di norma si fanno le pratiche di uscita dal Madagascar.
Premetto che molti velisti evitano il Madagascar per vari motivi, e la sicurezza è uno di questi. Noi però eravamo curiosi e volevamo vederlo.
Sapevamo che era un’isola molto bella, molto interessante, ancora incontaminata e abbiamo deciso di farne il periplo venendo da Reunion. Naturalmente con le dovute precauzioni.
Una delle regole fondamentali è quella di non stare mai fermi all’ancora per più di una notte in uno stesso posto da soli. Ed abbiamo sempre rispettato questa regola. Durante la navigazione abbiamo incontrato altre barche a vela e ci siamo quasi sempre ancorati in compagnia. Mai nessun problema, ed abbiamo preso confidenza con i locali…forse troppa.
A Mahajanga, il primo giorno trovammo altre due barche, ma avevano già fatto le pratiche d’uscita e si erano subito allontanate. Quella notte siamo rimasti da soli perché il giorno dopo avremmo dovuto fare pure noi le pratiche…
E invece quella stessa notte sono saliti a bordo cinque loschi figuri. Dormivamo, non ce ne siamo accorti e a un certo punto ho sentito dei passi in coperta. Era notte fonda. Sono uscito e, di fronte alle mie esclamazioni di sorpresa, mi sono saltati addosso, mi hanno fissato un coltello alla gola e bloccato con forza Marina che si era lanciata fuori dalla cabina.
Ti lascio immaginare la scena. Ci hanno legato, ci hanno scaraventato dentro la barca e hanno incominciato a frugare dappertutto. Cercavano al buio perché mi sono ben guardato di accendere le luci all’interno della barca e loro non sapevano dove fossero gli interruttori, e quindi non hanno scoperto che c’era il telefono satellitare. Hanno portato via tutto il resto.
Alla fine dopo tre ore circa se ne sono andati. Sono riuscito a liberarmi, e con il telefono satellitare ho chiamato un meccanico che avevo conosciuto a Reunion, persona simpaticissima di Biella, che, combinazione fortuita, mi aveva detto di aver lavorato in Madagascar per molti anni. Ho chiesto aiuto a lui per vedere cosa si poteva fare.
Per fortuna, mi dice, che suo fratello lavorava ancora lì, e mi ha dato il suo numero. L’ho chiamato e lui, gentilissimo, è arrivato in pochi minuti. Sono andato a terra con il gommone e con lui ho risolto le pratiche e ho comprato un nuovo personal computer che è fondamentale anche per la navigazione… ma ho perso tutti i video e le foto con quello rubato…e molto altro.
Gli amici in Italia hanno nel frattempo avvisato l’ambasciata a Pretoria in Sudafrica. Mi ha pure chiamato l’Unità di Crisi dalla Farnesina per eventuali aiuti, ma ormai la cosa era fatta ed il giorno dopo me la sono data a gambe, ho tolto l’ancora e siamo scesi lungo il Canale di Mozambico verso il Sud Africa.
In Mozambico scena simile. Eravamo nei pressi di Mobutu, ancorati di fronte ad una bellissima insenatura con una spiaggia di chilometri, e nonostante che la Guardia Costiera mi avesse assicurato che nel villaggio accanto c’erano i suoi familiari, quindi avrei potuto stare più sicuro, il giorno dopo mi sono trovato senza motore fuoribordo!
Avevamo tirato su come ogni sera il gommone, fissato con la catena, ma, ancora di notte, sono venuti e si sono portati via il fuoribordo. Per fortuna ne avevamo due, perché ovviamente non puoi pensare di andare in giro per il mondo con un fuoribordo solo, altrimenti rischi di non andare più a terra. Quindi, anche quella mattina, ho tirato su l’ancora e siamo partiti senza voltarci.
Ma siamo stati fortunati, avevo dei dubbi sulla finestra meteo per scendere lungo la non facile costa sudafricana, e invece l’abbiamo azzeccata giusta.  Una navigazione veloce di un paio di giorni, perfetti per una navigazione verso il sud tra un fronte e l’altro.

Gli oceani sono diversi, ti è mancato Capo Horn?

Gli oceani sono molto diversi, almeno questa è la mia esperienza e sensazione, non solo fisicamente, ma anche culturalmente. Oggi quando attraversiamo l’Atlantico, è sì sempre un oceano, ma è il nostro Atlantico, e lo affrontiamo come un grande mare.
Noi l’abbiamo attraversato, per la prima volta, in cinque a bordo con l’ARC.  Era richiesta una certa attenzione alle condizioni meteo, anche se in novembre, di solito, s’ incontra qualche groppo più o meno intenso, però senza grosse preoccupazioni.


Isole Marchesi il maestoso tiki di Nuku Hiva


Tahiti , Baia di Cook

Magari ci sono più buchi di vento che altro. Tuttavia se io parlo con te o con gli amici dell’Atlantico, abbiamo di fatto una visione tutto sommato chiara, c’è una costa di partenza che è la costa europea, c’è una costa di arrivo che è quella americana dei Caraibi. Abbiamo già un’idea di quale sia il mare caraibico, parliamo di cose conosciute.
Quando viceversa attraversi il canale di Panama, metti il naso nel Pacifico, è tutto un altro mondo, non solo ambientale, ma anche culturale.
Se vai a vedere l’oceano Pacifico su Google Earth, e vuoi trovare un’isoletta di cui magari conosci il nome, si chiami pure Bora Bora o altro, devi zoomare, zoomare, ancora zoomare e non la trovi, se non sai esattamente dove cercare, non la trovi proprio.
Sono talmente piccole queste realtà, così lontane e distanti tra loro, che la tua navigazione, misurata in migliaia di miglia, diventa assai diversa, anche perché non siamo abituati a pensare ad una dimensione così vasta.
Passiamo da un Mediterraneo, dove si naviga praticamente a vista, a un Atlantico che conosci, ed entri in un Pacifico che viceversa ha degli spazi infiniti. Dalla costa ovest Americana alla costa Australiana la distanza è la stessa che c’è tra Capo Finisterre e la Siberia, tanto per dare un’idea. Sembra incredibile, e poi questo mare lo navighiamo sempre verso ovest spinti dagli alisei di sud est.
Quando passi l’equatore venendo da Panama entri nell’emisfero sud. Percepisci la corrente di Humboldt, ti frena e vedi piccoli vortici in superficie, quasi fosse un fiume. I venti cambiano completamente, il cielo stellato offre un nuovo spettacolo, ora il riferimento è la Croce del Sud. Mi puoi credere, non serve guardare ilGPS per capire che sei andato oltre l’equatore.
L’aliseo dell’emisfero sud comincia ad avere la sua personalità, la sua vita. Questo è un vento che non hai mai incontrato, a bordo è una nuova vita, e tu entri in questa specie di… gli americani la chiamano pozzanghera, però soffia anche lì, soffia e ti spinge a vele piene verso la prossima tappa, che potrebbero essere le Galapagos, potrebbero essere le Marchesi, le Tuamotu e così via.
Qui diventa una giostra, perché il vento è, ovviamente i navigatori lo sanno bene, sempre da sud est.  Hai un’onda viva che ti spinge e ti alza, hai le vele a farfalla, randa e genoa tangonato. Non uso quasi mai altre vele di prua, spi o gennaker. In due può esser molto pericoloso. Vorrei evitare, in mezzo al Pacifico, di andare a prua per cambiare certe vele, se non proprio necessario, e se ci vado, vado solo io e ben legato, perché non è proprio il caso di cadere in mare in mezzo all’oceano.
Quindi c’è questo vento che ti spinge, con queste vele a farfalla, però cosa succede: le onde che vengono delle grandi perturbazioni che passano molto più a sud, creano uno swell altissimo, che può arrivare a 4 o 5 metri. Non ha una cresta importante, è una crestina, però entri in una lavatrice.
L’onda viva del vento ti alza la poppa, mentre l’onda dello swell, che arriva di fianco, ti solleva sulle sue maestose creste. Sali quindi e poi torni giù nel cavo, e via di questo passo rollando per miglia e miglia. Capisci bene che diventa uno stress, per te e anche per la barca, perché hai frizioni, sbattimenti, proprio come in una lavatrice
Speri allora che l’aliseo sia bello fresco, oltre i 25 nodi, e quindi spinga allegramente con una buona pressione sulle vele per contrastare le rollate. Fortunatamente nella tappa più lunga di 17-18 giorni, dalle Galapagos alle Marchesi, abbiamo mantenuto una media buona, di 7-7,5 nodi e i turni di tre ore sono filati lisci. E solo in due a bordo non è male.
Poi c’è l’Indiano, che è un mare tutt’altro che ospitale. Le condizioni sono un po’ diverse. L’aliseo soffia di brutto, si creano dei vortici d’aria importanti. Abbiamo preso così l’unica… chiamiamola tempesta, 35-45 nodi, tra l’altro di passaggio da un brutto tempo a un bel tempo. L’Indiano, anche andando verso Ovest, ha spesso creato dei problemi a molte barche.
Dopodiché il tratto, più duro e imprevedibile, è la costa sud-est dell’Africa. Dal Mozambico, fino a Città del Capo, la navigazione va presa con le pinze. Le previsioni meteo cambiano molto rapidamente, le finestre sono corte, 24 – 36 ore, così bisogna correre rapidamente verso il prossimo porto.
In quel mare c’è lo scontro tra la corrente di Agulhas che scende molto veloce da nord-est e le perturbazioni che vengono da ovest. Questo impatto può essere molto pericoloso anche per le navi. Quindi bisogna navigare, come tutti sanno, tra un fronte e l’altro.
Dopo c’è il sud Atlantico, e anche lì massima cautela. Noi siamo risaliti da Cape Town fino a Sant’Elena e poi da Sant’Elena verso Brasile. Nel periodo da noi scelto, marzo aprile maggio, si stabilizza una zona di alta pressione, quindi bisogna stare sui suoi bordi e approfittare dei venti da sud per portarsi rapidamente verso nord e poi girare verso il Brasile. La situazione generale comunque è già diversa, siamo a latitudini sempre più gestibili.

Ricordo che sotto Città del Capo per la corrente che c’è, le petroliere o le grandi navi passano a 100 miglia al largo per non incontrare la corrente che incrocia fra i due oceani.

Sì, come ti dicevo, siamo stati molto accorti. Mi sono fatto aiutare da un sudafricano che aveva un net radio e dava a tutti gli amici velisti, che passavano davanti alla costa, previsioni meteo molto precise.
Non basta avere la previsione su una carta meteo, bisogna avere la previsione correlata ai luoghi davanti ai quali tu dovrai navigare. Una certa perturbazione che va a colpire Cape Town può avere un effetto diverso quando poi arriva a Port Elizabeth. Tu capiti in quei paraggi per la prima volta, ed è un vantaggio avere informazioni così personalizzate, di prima mano, da chi conosce bene questi posti.
Poi avevo un caro amico, Maurizio, ne parlo nel libro MARI ULTRA, che tiene corsi assai qualificati di meteorologia ad Ancona. Mi mandava delle previsioni che rapportavo alle condizioni reali che incontravo. Le sue indicazioni mi confortavano molto sulle scelte che stavo facendo.
Comunque bisogna aver fortuna anche lì.
La cosa curiosa è che prima di passare il Capo tutti sono nel porto più vicino, poi improvvisamente, di buon mattino, vedi due, tre, quattro barche che escono di corsa, perché tutti, evidentemente, avevano capito che le prossime ventiquattro ore sarebbero state quelle buone per doppiarlo e risalire verso Cape Town.
Quando siamo passati sotto il Capo di Buona Speranza sembrava d’esser davanti al Lido, mare piatto, vento in poppa. Davvero una splendida giornata. Siamo entrati a Cape Town al tramonto con tutta la città che brillava sotto Table Mountain. Un tramonto memorabile.
Quando arrivi a Table Bay, c’è solo da dire una cosa: hai fatto il tuo giro del mondo! Non serve tornare nel Mediterraneo, sarà qualcosa di più, perché hai già virtualmente superato il meridiano di riferimento. In fondo, quando arrivi in Atlantico, hai questa strana sensazione d’essere sulla soglia di casa.

Ti è mancato Capo Horn?

Beh, per i discorsi che ti dicevo prima, no. Non che consideri Capo Horn come una medaglia da mettere al vento, assolutamente no. Mi interessa, sì, questo sì, mi interessano l’ambiente, la natura, il poter rivivere personalmente quello che ho letto delle esperienze di Magellano, di Darwin, di Chatwin, delle mille avventurose navigazioni e storie della Patagonia, della Terra del Fuoco.
Mi affascinano queste esperienze. Ho infatti in programma di riuscire ad andare a visitare quei posti alla prima occasione. Farlo a vela o non farlo cambia poco, non è questo il punto.
Viceversa il punto è, magari, capire il vissuto di quei luoghi, la storia di quei luoghi, il fascino che ancora hanno, ma a passare Capo Horn in barca, poi no, non è assolutamente una tacca che manca.


L’arrivo a Table Bay, Cape Town, Sud Africa

Dietro la parola ULTRA si nasconde un significato che non ho capito?

Ma… direi che hai capito tutto, ULTRA è… ULTRA è la parola che cerca di sintetizzare in un titolo, al massimo, le opportunità che ognuno di noi ha per allargare l’orizzonte dal quale normalmente siamo condizionati.
Bisogna andare oltre quelle che sono le nostre più comode consuetudini e allargare lo sguardo.
Tra vedere e osservare c’è un abisso. Bisogna cercare di andare oltre, come ti dicevo, il velista ha questa grande opportunità, una volta messe le cime a terra, di scendere, guardarsi attorno ed esplorare, curiosare.
Dietro una sponda ci possono essere storie, incontri, esperienze e quindi questo significa andare oltre, ULTRA.
D’altra parte non è un’invenzione mia. Ci ha pensato qualcuno molto tempo prima di noi. Si chiamava Dante, quando Ulisse decide di superare le Colonne d’Ercole, di andare “oltre”. Ai confini del mito, una storia, poi tutta vera, quella delle Colonne che ho cercato di raccontare nel libro. Lo studio delle vicende storiche del superamento delle Colonne è davvero intrigante.  Oggi è un’esperienza che uno deve vivere per affrontare altri mari. Ma altri mari in questo caso significa pure altre culture, altri incontri, altri ambienti.
Mi piace pensare, ancora una volta, che il viaggio per mare sia la metafora della nostra vita.

Parlando del libro, mi è piaciuta molto l’idea del QR code, da dove ti è venuta questa idea?

Ho fatto comunicazione per lavoro e ho sempre pensato che l’immagine abbia un ruolo fondamentale nella storia della comunicazione come, per esempio, anche la pittura.
Nei secoli, da sempre nei millenni, l’uomo ha sempre raffigurato qualcosa: sulle pareti di roccia, sulle tele, sugli affreschi. Perché?
Perché attraverso questa raffigurazione, attraverso queste immagini l’uomo voleva comunicare qualcosa che restasse, qualcosa che altrimenti altri non avrebbero avuto o ben inteso. L’immagine quindi dà vita alla trasmissione dei contenuti della comunicazione. È qualcosa che percepiamo con i nostri sensi, con i nostri occhi, vediamo la luce, i colori… al buio come fai ad arricchirti, è solo la luce che ti dà questa possibilità.

Giovanni Testa tutti i video Giro del Mondo

https://www.youtube.com/@eutikia1

A me interessava soprattutto puntare l’attenzione sul sistema, sul metodo.

Il video è una componente della comunicazione e il QR code è lo strumento tecnico per visualizzarlo, sul momento, tramite il display di un qualsiasi smart phone.
Quando mi ritrovo a comunicare, quindi a scrivere qualcosa sul mio vissuto, trovo che quel racconto possa acquistare un valore aggiunto se accanto gli posso metterne l’immagine, un video.
L’immagine di quel racconto oggi è proprio il video. Le fotografie, sì, sono immediate, le vedi, guardi la dicitura, eccetera, ma il video è vissuto, c’è il respiro dentro il video, c’è la situazione dinamica, quello che succede, la dinamica del racconto. Il racconto scritto diventa un racconto dinamico, visualizzato.
La tecnologia poi è soltanto un accessorio, il QR code ormai è diventato comune dappertutto, e quindi… una volta, si mettevano nei libri i DVD, ti ricordi?
Ecco, il QR code è molto più semplice e comodo. Non solo puoi vedere il video sul cellulare, ma puoi, se vuoi, ed è una cosa che suggerirei, collegarlo al televisore in wi-fi. Un grande schermo è l’ideale per allargare l’orizzonte, l’esperienza. Il racconto diventa molto più coinvolgente.
Ecco, così è nata l’idea, ho visto che ha funzionato molto bene con il libro precedente “Vento e cicale”, e quindi l’ho usato anche con MARI ULTRA.
I video sono poi indispensabili quando vado a presentare i libri o a qualche incontro. Il video “raccontato”, commentato, diventa un immediato riferimento ed ecco quindi che il dialogo, le domande diventano più coinvolgenti e l’esperienza più condivisa.

Siamo quasi in chiusura, cosa ti ha dato l’esperienza del viaggio? È come chiederti di Giovanni prima e Giovanni dopo.

No, non c’è un prima, non c’è un dopo.
Il viaggio di 12 anni è stata una sintesi del vissuto precedente.
Abbiamo visto posti nuovi, sicuramente, ma la vita a bordo è una metafora della nostra vita, e così è restata.
Il vivere a bordo insieme, in tre, Marina, io, e la barca, per 12 anni non è stato altro che una conferma della vita che abbiamo fatto insieme per oltre cinquant’ anni.
Abbiamo appena compiuto 50 anni di matrimonio, quindi non è cambiato molto dopo 12 anni.
Siamo noi stessi, più consapevoli, abbiamo vissuto questa perfetta sintesi, questa triade, questa estrema fiducia, questa completa sinergia, intesa.
Per capire quello che ti circonda, oggi come oggi, ma anche prima, non è necessario mettersi a fare tanti ragionamenti. Ci capiamo con uno sguardo, come ci capivamo quando lei era prua e io a poppa!
Comunque abbiamo navigato i 12 anni del Giro del Mondo dopo oltre 30 anni di mare, di Mediterraneo e qualche puntata oceanica.
È stata un po’ la ciliegina sulla torta, come si dice, anche se un po’ grande come torta. Sostanzialmente la differenza, adesso che siamo tornati a casa, sta nel fatto che oggi condividiamo con piacere quelle giornate, perché ci hanno arricchito, sicuramente, perché sono esperienze straordinarie, ma nel profondo siamo quelli di prima.

Comunque più che una sintesi, aver vissuto prima 30 anni di mare vi ha consentito di affrontare più serenamente l’esperienza del vostro Giro del Mondo.

Questo è il percorso della vita. La nostra vita è fatta di un accumulo di esperienze.

Però un conto è l’esperienza terrena, ma fare come te e quelli che hanno fatto il Giro del Mondo in 10-12 anni, ha un valore che non tutti riescono a capire e ad apprezzare, ma a maggior ragione c’è,

Esatto. Alle volte il tutto si può sintetizzare in una situazione che ci siamo trovati a vivere a Città del Capo.
In effetti avevamo tutti la sensazione di aver compiuto qualcosa di…il Giro del Mondo. Eravamo arrivati a Città del Capo assieme ad un’altra barca, uguale alla nostra, di una coppia francese, molto simile a noi, simpaticissima.  Dopo aver finito gli ormeggi ci siamo ritrovati sul pontile e ci hanno invitati a bordo.  Hanno tirato fuori dalla sentina una bottiglia di champagne, il mio prosecco era finito, e alzando i bicchieri tutti e quattro, neanche ci fossimo messi d’accordo, abbiamo esclamato “l’abbiamo fatto!”.
Quando hai fatto un Giro del Mondo, quello che c’è di diverso rispetto a prima è che hai la strana sensazione di aver fatto qualcosa che avevi immaginato, poi studiato di fare… una sensazione che resterà dentro.

L’hai fatto, non ci sono altre considerazioni da fare.

Ti dirò che questa affermazione, io l’ho spesso scritta alla fine dei miei diari di bordo, perché dopo ogni anno di navigazione, quando fermavamo la barca per tornare a casa due o tre mesi, nel mio diario di bordo, scrivevo “abbiamo fatto quello che dovevamo fare”.
La sintesi massima.

In tutti questi anni hai dato più tu al mare o il mare a te?

Il mare a me, non c’è il minimo dubbio. Non sarei quello che sono se non avessi avuto questo rapporto con il mare. Vivo in simbiosi con il mare da quando sono nato.
Se fossi nato in montagna forse avrei fatto il Giro del Mondo lo stesso, ma non sarei quello che sono.
Ognuno ha la cultura che ha, nasce nel mondo… io sono nato in un mondo acquatico e quindi tutti i miei sensi si sono sviluppati sentendo frangersi le onde sul bagnasciuga.
Non posso pensare di vivere in un ambiente senza vedere il mare, non esiste. Mentre uno che magari è vissuto in montagna, una volta che ha fatto il Giro del Mondo, torna in montagna.


Sullo sfondo il Monte Coock, l’Aoraki in lingua Maori,3724 South Island, Nuova Zelanda


Lizard Island, Grande barriera Corallina, Australia da questa collina Coock cercava il varco per uscire in mare aperto

Ok, ti sarebbe possibile oggi dare una sintesi di quella che è la tua filosofia di vita?

Fondamentalmente rispettare la natura e gli altri.
Due cose, due attività che oggi vedo molto carenti, purtroppo soprattutto nei giovani. Non sono stati educati verso quella direzione.
Il mare e la vela dovrebbero invece far crescere spontaneamente e maturare questa… chiamiamola filosofia di vita?
Non lo so. Però oggi vedo che noi tutti abbiamo bisogno del rispetto degli altri e della natura. Se insegni a rispettare la natura, rispetterai anche gli altri.

Hai ancora qualche sogno nel cassetto?

Più che sognare, progetto tutti i giorni, sempre. Non è quello il problema. Le mie giornate volano e non m’accorgo neanche, per cui…

Ma dicevi, parlando prima, … non chiamiamolo sogno, ma uno dei desideri che hai è di andare a vedere la Terra del Fuoco.

Sì, va bene, però un altro desiderio che avrei è quello di riprendere anche i pennelli in mano e dipingere di nuovo i colori a olio su una tela bianca.

Wow, bello!

Quello sì, bello. Dipingo acquerelli e musica della Grecia, nel passato anche a olio.

Credo che sia limitativo ridurre le nostre aspirazioni ad un orizzonte che si identifichi in un sogno. Perché il sogno, magari, lo vivi ‘hic et nunc’ oggi, e puoi pensare che quello sia un sogno.
Mentre Itaca insegna che la meta, il sogno, ti potrà deludere, ma è il percorso quello che conta. Il significato di quella poesia è questo.

Vedi che anche alla fine dell’intervista mi chiudi con Itaca?

Certo, perché è una grande riflessione, perché è un percorso che in sé ha tutto. Perché Kavafis ha pensato a quello che ha poi scritto? Perché alle spalle aveva quei grandi valori culturali che sono alla base del nostro vivere civile da secoli, ai quali noi oggi facciamo ancora riferimento. E ha pensato soprattutto ai giovani.

Io credo che chiuderò l’intervista che abbiamo terminato proprio con la poesia di Itaca.

Eh, bello, bello. Mettila, mettila perché è la bandiera del mio libro.

Tu dicevi prima, giustamente: fai poesia nello scrivere, fai poesia nel dipingere, fai poesia nella musica e quindi l’emozione che si trasmette attraverso la poesia in senso lato è importante quando riesci a fare emozionare.

Alla fine “poesia” deriva dal greco fare, creare. Il bello del vocabolario greco è che molte parole hanno più significati. Una delle utilità più incredibili che dà il greco, o almeno ha dato a me e a molti miei amici, è che quando tu ti trovi di fronte ad una versione greca da tradurre, devi cercare di capire che cosa significa quella parola, quella frase. Non tanto ovvio, però.
Allora c’è un librone gigantesco, che è un vocabolario di greco, e devi cercare di mettere insieme il significato grammaticale, e anche sintattico di certe parole, per tradurre il pensiero che qualcuno ha scritto, potrebbe essere Senofonte o Eschilo o qualcun altro.
Ebbene, questo procedimento di analisi e sintesi sta nella mente di un ragazzo di 14-15 anni, che è costretto a mettere insieme un puzzle in tempi molto stretti, lo costringe a fare in fretta per capire il significato di quella frase e metterla insieme.  Va a finire che uno può tradurre «partivano i cavalli rossi dei persiani contro i macedoni», e l’altro invece «partivano i macedoni contro i cavalli rossi dei persiani».
Naturalmente uno pigliava tre e l’altro pigliava sette. Ma tu prova a pensare ad un ragazzino di 14 anni che deve mettere insieme tutti questi saperi, e non ad un personal computer, magari con l’intelligenza artificiale.
Lui da grandicello deve incominciare a far funzionare il suo cervello per mettere insieme cose che poco conosce e a cui deve dare un significato. Questo era il ruolo fondamentale del greco. Per non dire poi dei valori, alla base del nostro vivere civile, che si trovano leggendo l’Iliade o l’Odissea, testi che studiamo sin dai tempi di Pisistrato, VI sec. a.C. Forse non è un caso!
Poesia dunque, creazione, interpretazione, l’emozione di aver raggiunto il risultato attraverso un percorso a volte pure inatteso, ma senza timori.
Ti aiuta ad avere apertura mentale, disponibilità a curiosare dentro le parole. E così è nata pure EUTIKIA, il suo nome evocativo di Buon eu Destino tiche.
Vabbè, insomma, ti ho un po’ annoiato.

No, no, mi ha fatto piacere, è un’intervista sui generis, grazie anche a quello che ho cercato di capire tra i libri, ne ho letti due solo, che però sono significativi.
Il primo mi ha dato sicuramente lo spunto, ma il secondo è quello che mi ha consentito non di capire, ma di pensare di capire chi vuoi essere o chi sei.
E l’intervista, parlare con te, parlare un po’ della tua storia, vorrebbe essere un tentativo di farti conoscere anche in un modo un po’ diverso.


ITACA , tra i cipressi di Porto Vathy

Itaca
(1911 – Konstantinos Kavafis)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni o i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere:
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi o Lestrigoni no certo,
ne nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga,
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre,
tutta merce fina, e anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.
Soprattutto, però non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso