Prendere il largo
Sono reduce dalla lettura de L’Importanza dell’Orizzonte, l’ultimo libro di Giovanni Malquori, e di Mari Ultra, di Giovanni Testa, sul loro giro del mondo durato più di 10 anni, e mi è sembrato interessante proporvi questo articolo di Carlo Auriemma ed Elisabetta Eördegh che, seppur datato, offre molti spunti sull’impianto che si deve fare per pensare ad un giro del mondo.
Purtroppo i costi non sono aggiornati per la difficile situazione che stiamo affrontando: situazione energetica e ripercussioni sui prezzi e sulla sicurezza, ma gli argomenti sono sempre di attualità. Prossimamente potrete leggere anche l’intervista che ho fatto a Giovanni Testa sul suo giro del mondo.
Burrasche, mal di mare, spese, pericoli… le risposte alle perplessità e alle paure più comuni legate al giro del mondo in barca a vela

Fin dalla fine del primo giro del mondo in barca a vela e cioè da quasi venti anni, nei periodi in cui lasciamo la barca e torniamo in Italia siamo spesso invitati a raccontare i nostri viaggi per mare.
Ci troviamo così in circoli nautici, biblioteche, leghe navali, scuole, rassegne editoriali, club di viaggiatori, negli ambiti più diversi insomma, con la gente più disparata. Si proiettano i filmati che raccontano i luoghi più belli, le situazioni più interessanti, le navigazioni più difficili. Alla fine lasciamo spazio alle domande. Qualunque sia l’ambito, l’età delle persone o i video mostrati, alcuni dei quesiti che evidentemente suscitano maggiore interesse tra i velisti possono essere considerati standard. Nelle pagine che seguono riportiamo i più comuni con le relative risposte.
Si incontra spesso cattivo tempo?
Il giro del mondo in barca a vela prevede 25.000 miglia di navigazione. È ovvio che in una rotta così lunga e che si snoda prevalentemente in oceano, qualche burrasca la si dovrà affrontare, ma quante ce ne dobbiamo aspettare? La risposta è: non molte. Percorrendo 100 miglia al giorno 25.000 miglia equivalgono a 250 giorni di navigazione.
Se consideriamo il passaggio di una perturbazione ogni 2-3 settimane risultano 15 condizioni di tempo perturbato durante i due anni di durata del giro del mondo. Di queste solo una metà arriveranno a essere vere burrasche. Scendiamo quindi a 7-8 in ventiquattro mesi.
Ma se andiamo a esaminare le Pilot Chart degli oceani nei mesi di tempo buono, quelli che abbiamo scelto per le traversate, scopriamo che le percentuali di maltempo nelle aree che ci interessano sono di solito inferiori al 2 per cento. Su 250 giorni di navigazione ciò produce un’aspettativa di circa 5 burrasche da affrontare in tutto il percorso. In realtà, sembreranno di meno perché la percezione di cosa sia una burrasca cambia con il tempo e con l’abitudine a vivere in mare.
Quando si abita in città, si lavora in ufficio e si va in barca nei week end, la condizione fisica della navigazione, per quanto piacevole, comporta uno sforzo di adattamento fisico e mentale. A bordo si è confinati in uno spazio ristretto, dentro un guscio che non sta mai fermo, in mezzo a un ambiente inusuale. Così, quando in Mediterraneo capita di incappare nel tempo cattivo, si vive quella situazione come unica ed eccezionale. Le onde sembrano enormi, il rollio terrificante, gli spruzzi accecanti e il ricordo di quelle burrasche resta impresso indelebile per allietare le serate invernali.
Quando ci si trasferisce a vivere in barca, col passare dei mesi, ci si abitua alla scomodità, al rollio e i parametri di valutazione cambiano. Così una condizione di mare analoga a quella che in Mediterraneo ci era sembrata eccezionale viene vissuta solo come una seccante situazione di tempo cattivo: si riducono le vele, si serrano i boccaporti, si controlla che tutto sul ponte sia ben rizzato e si va in cuccetta ad aspettare che il maltempo passi. Quella che un tempo sembrava burrasca diventa così solo una situazione molto scomoda, antipatica e senza più pathos.
Ogni tanto, comunque, le burrasche arrivano. La peggiore in cui siamo incappati è stata al largo del Sudafrica quando eravamo a poche ore di distanza dal porto di Richard’s Bay. Siamo stati costretti a riportarci al largo per evitare i frangenti che in quella zona si formano all’altezza dello zoccolo continentale. Abbiamo misurato onde di sei metri e il vento era così violento che per qualche ora siamo dovuti rimanere a secco di vele. La parte peggiore della burrasca è durata un giorno e mezzo, eppure, complice anche il fatto che eravamo sulla Mastropietro, una barca molto robusta, pesante e ben piantata nell’acqua, la nostra percezione di quel maltempo non è stata così tragica.
Le burrasche peggiori incontrate nel corso degli ultimi 20 anni si contano sulle dita delle mani. Ce n’è stata una nel Mar dei Carabi dove l’Aliseo, che soffiava da giorni a 35 nodi, aveva sollevato un mare enorme con frangenti che ogni tanto ci esplodevano addosso inclinandoci paurosamente. Non siamo mai arrivati sul punto di scuffiare, ma uno di quei frangenti ha strappato le fasce laterali poste sulle draglie. Un’altra ci ha colto mentre eravamo all’ancora nella foce di un fiume del Mozambico (Africa). Abbiamo perso un’ancora e ne abbiamo deformata un’altra, ma ce la siamo cavata.
Un’altra volta memorabile è stata in oceano Indiano, con il Monsone di Sud Ovest, al largo della Thailandia. Finché abbiamo potuto tenere il vento in poppa piena è andato tutto bene. Quando siamo stati costretti a strambare per evitare di avvicinarci alla costa abbiamo strappato la randa.
Alle Fiji ancora, una burrasca non prevista da nessun servizio meteo ci ha costretto a cercare rifugio sottovento a un’isola e ad ancorare in una piccola baia che, pur essendo perfettamente ridossata, era tutta bianca di vento e schiuma al punto che, in cinque metri di acqua trasparentissima, non si poteva scorgere il fondo.
A Darwin, in Australia, ci siamo trovati nel mezzo di una burrasca notturna. È durata poche ore, ma il vento molto forte ci faceva arare nonostante due ancore, la grande quantità di catena e un fondale ottimo tenitore. Abbiamo passato tutta la notte a salpare ancore e catena, risalire, dare fondo, salpare, risalire e dare fondo.
Al largo di Sumatra, sempre di notte, un fortunale ci ha costretto ad ammainare tutto e siamo rimasti inermi in un mare nero solcato da enormi lampi e con le scariche dei tuoni così frequenti e assordanti da diventare un sottofondo omogeneo e costante. È durato un’ora, non ha causato danni a bordo, ma ci ha fatto paura più di qualsiasi altra condizione del mare.
E questo è tutto: sette burrasche in 20 anni. Considerando che in questi 20 anni siamo stati in navigazione più o meno per metà del tempo, ne risulta una statistica di due burrasche ogni tre anni di effettiva navigazione. Certo, non è una statistica rigorosa, ma chi si appresta a partire per una circumnavigazione lungo le rotte tropicali della durata di due o tre anni, posto che faccia attenzione a programmare le traversate nelle stagioni opportune, può avere la ragionevole sicurezza di non incappare quasi mai in condizioni di tempo veramente proibitivo.
Quanto costa il giro del mondo?
Le variabili sono tante: la dimensione della barca, la scelta della rotta, il tempo che si vuole impiegare, le abitudini e la propensione a spendere di chi sta a bordo. Comunque, costa meno di quanto si possa immaginare, anche se non si può più, come faceva Bernard Moitessier negli Anni 50, vagabondare per il mondo vivendo di nulla.
La vita di bordo. Abitare su una barca a vela che naviga in posti lontani è molto meno caro che vivere in una qualsiasi delle nostre città. Non ci sono più telefoni, affitto, garage, luce, gas, abbonamenti televisivi e amenità del genere. Non ci sono più i ristoranti, le gite del fine settimana, le vacanze estive e anche la lista dei regali di Natale, per forza di cose, si riduce drasticamente.
Se il giro del mondo dura due anni, metà del tempo lo si passerà a navigare e quando si è nel mezzo di un oceano il denaro difficilmente serve. Le spese si limiteranno a pochi apporti alla cambusa, in quei pochi posti dove sarà possibile farla. Se si impara a utilizzare i prodotti disponibili nei mercati locali, quali riso, cocco, banane, patate dolci, se si rinuncia alle costose merci di importazione, se si fanno grandi cambuse a buon mercato nei paesi che lo permettono, per esempio Panama, Venezuela, Thailandia, Indonesia e si evita di lasciarsi affascinare dai supermercati di quelli cari come Polinesia Francese, Nuova Caledonia, Seychelles, si può calcolare un costo base per il vitto di due persone intorno ai 300 euro al mese che, moltiplicati per due anni, fanno 7.200 euro. Sembra poco, ma è la media reale della spesa per il vitto di bordo, che abbiamo verificato tante volte nel corso degli anni. Certo è una cifra minima, che può crescere, anche a dismisura, se quando si fa tappa nei luoghi più attrezzati per il turismo si decide di passare ogni sera al ristorante.

Le pratiche burocratiche. La burocrazia ormai è globale. Ogni volta che si entra in uno stato si devono affrontare le pratiche di ingresso: immigrazione, dogana, sanità ed eventuale cruising permit (permesso di navigazione). Pratiche che in alcuni stati (pochi) non costano nulla, ma che in altri, come l’Australia e le isole Samoa americane, possono essere piuttosto care. In media, 100 euro per stato che, moltiplicati per i 30 stati sulla rotta classica del giro del mondo, producono il rispettabile risultato di 3.000 euro. Cifra che può facilmente salire a 4.000, 4.500 se dove possibile ci si appoggia a un agente.
Assicurazioni. Fuori dal Mediterraneo e lungo le rotte percorse negli ultimi 20 anni da Barca Pulita non è mai stata necessaria alcuna assicurazione. Per affrontare un giro del mondo navigando alle stesse latitudini la spesa assicurativa potrebbe in linea teorica essere anche nulla. Non fosse che in Italia la RC è obbligatoria. Se si decide di stipulare un’assicurazione kasko per la barca, una sanitaria per l’equipaggio, l’esborso risulta ancora più considerevole e in ogni caso aumenterà mano a mano che ci si dirigerà in paesi lontani. È difficile in questo caso cavarsela con meno di 4.000 euro l’anno.
Comunicazioni. Oggi con Starlink è possibile avere un collegamento costante a prezzi accettabili, purtuttavia io preferisco le soluzioni consolidate di una volta che ritengo più sicure.
Per parlare con le altre barche e con casa la maggioranza dei navigatori utilizza la radio SSB. Comunicare con la radio non costa nulla e non ci vogliono permessi speciali al di là della patente da radioamatore. Aggiungendo un modem e un computer, sempre con la radio si possono inviare e ricevere illimitate e-mail al costo di 250 euro l’anno per l’abbonamento Sailmail o a costo zero se si è radioamatori e si usa Winlink. Se però si aggiungono un telefono satellitare e un apparato di trasmissione dati più pesante, i costi possono lievitare fino a qualche migliaio di euro l’anno.
I passaggi obbligati. 800 dollari Usa per il Canale di Panama e 400 per quello di Suez sono i costi minimi necessari per pagare pratica, passaggio e pilota, per un totale di 1.200 dollari Usa (circa 1.000 euro) che possono salire a 2.500 con gli agenti, le assicurazioni, etc.
Carte, portolani, cartografia elettronica. La documentazione può essere un’altra importante voce di spesa. Per l’intera circumnavigazione servono più o meno 400 carte nautiche e una ventina di portolani per la vertiginosa cifra da nuovi, di 12.000 euro. C’è chi si accontenta di usare le fotocopie invece che le carte originali, di fare scambi con altre barche, di comprare i portolani usati e utilizzare anche la cartografia elettronica non proprio ufficiale. In questo modo il costo di questa voce può arrivare a essere quasi nullo.
I carburanti. Il vento non costa nulla e il 99 per cento del cammino lo si fa a costo zero. Per il restante uno per cento di navigazione a motore, entrate e uscite dai porti, entrate negli atolli, canali, un po’ di navigazione controvento in Mar Rosso, possiamo prevedere un minimo di 30 litri di gasolio al mese e altrettanti di benzina per il fuoribordo. I carburanti, dappertutto, costano meno che in Italia e quei 60 litri al mese di idrocarburi graveranno sulla cassa di bordo per circa 1.200 euro, che possono però facilmente raddoppiare o triplicare se si ha un generatore o un desalinizzatore.
Carena e manutenzioni. Durante una circumnavigazione di due anni bisogna prevedere almeno un alaggio per fare carena e per eventuali manutenzioni e riparazioni, più o meno a metà del percorso. Si può entrare in cantiere alle Fiji, dove tutto costa poco, ma può essere difficile trovare ricambi e mano d’opera specializzata, o in Nuova Zelanda e in Australia, dove si trova tutto ma che sono un po’ più care. Tra carena, alaggio e varo, antivegetativa e riparazioni 1.500 euro è la spesa minima. Se si volesse risparmiare si potrebbe tenere duro fino all’Indonesia o alla Thailandia, dove mano d’opera e materie prime sono ancora più economiche.
Detto ciò le spese sono finite!
Si soffre il mal di mare?
Nei primi anni lo abbiamo sofferto, come tutti. Il mal di mare è il primo dei malanni che possono colpire in barca, anche se non arriva mai a livelli pericolosi. Chi ne soffre sa che è sempre in agguato, pronto a tornare fuori non appena il mare aumenta e a rendere sgradevoli i primi giorni di navigazione. Hanno sofferto di mal di mare Giulio Cesare, il Capitano Cook, l’ammiraglio Nelson e Napoleone. Il malessere è dovuto a un punto interno dell’orecchio, dove risiede l’organo predisposto all’equilibrio, che si deve adattare alla nuova condizione di instabilità. Le sue manifestazioni sono a livello gastrico e centrale. Si vomita, si perdono le forze e la volontà, e ci si rifugia in una specie di coma da svegli, incapaci di pensare ad altro che alla sofferenza.

Mangiare cibi leggeri, non bere bevande alcoliche, impegnarsi nelle manovre, coprirsi bene, stare in coperta a guardare l’orizzonte quando si può e stare sdraiati coperti e con gli occhi chiusi quando si è costretti a scendere, sono tutti mezzi efficaci che aiutano a superare la crisi. L’unico fatto sicuro però è che col passare del tempo il fisico si abitua al nuovo equilibrio e il mal di mare regredisce fino, quasi sempre, a scomparire. Nei casi rarissimi in cui non scompare, si attenua molto e si impara comunque a controllarlo, a riconoscerne i sintomi premonitori e a prendere per tempo le contromisure. Rimedi che cambiano da persona a persona ma che nel 99 per cento dei casi sono efficaci. Si va dal cerotto che rilascia scopolamina ai braccialetti che premono sul meridiano responsabile del malessere, dalle gomme da masticare, alle pastiglie, alle compresse omeopatiche, alle croste di pane spalmate di pasta di acciughe, al bicchierino di acqua salata da bere.
Non va però dimenticato di tenere nella farmacia di bordo un antiemetico in compresse e anche in fiala, per evitare che una persona colpita dal mal di mare rischi la disidratazione o addirittura il collasso, se dovesse avere una crisi più forte e più lunga del normale.
L’apparato radio è necessario?
Nel corso degli ultimi 20 anni abbiamo avuto la radio a intervalli. Nel primo giro del mondo non avevamo nulla. Quando siamo ripartiti con la Barca Pulita l’abbiamo usata per i primi 3 o 4 anni. Ci collegavamo tutti i giorni con il mitico Pierluigi, un radioamatore di Ravenna che coordinava le barche italiane in giro per il mondo, e avevamo un abbonamento con Berna Radio che ci faceva da ponte per le telefonate a casa. Superata la longitudine delle Maldive abbiamo cominciato a essere troppo lontani per parlare direttamente con l’Italia ed è diventato troppo laborioso, così abbiamo lasciato perdere rimanendo senza radio fino a quattro anni fa, quando ne abbiamo installata una nuova, compatta e molto efficiente, che usiamo non tanto per le comunicazioni in voce, ma come mezzo per trasmettere e ricevere e-mail.

Certo, disporre di una radio a bordo è piacevole. Un apparato di media potenza, che costa intorno ai 1.500 euro, compresa l’antenna e tutti gli accessori, permette di comunicare con tutte le barche dei dintorni fino a qualche migliaio di miglia, e con l’aggiunta di un modem (pactor) si possono mandare e ricevere e-mail con una ragionevole facilità. Con la radio si scaricano i bollettini meteorologici, ci si mantiene aggiornati su regolamentazioni e sulla burocrazia dei Paesi che ci aspettano lungo la rotta, si scambiano informazioni su luoghi e ancoraggi. La radio fa aumentare un po’, ma non molto, la sicurezza di bordo, in caso di imprevisti e incidenti. Una volta, eravamo in navigazione dalle Maldive alle Chagos, uno di noi venne preso da una violentissima colica renale. Chiamammo Pierluigi che si mise in contatto con un suo amico medico che ci diede le istruzioni del caso (iniezioni di Voltaren e Muscoril alternate ogni sei ore) e dopo una giornata di intramuscolari il dolore cessò. Se non avessimo avuto la radio, probabilmente, avremmo proceduto nello stesso modo, ma è stato un gran conforto sentire quelle parole rassicuranti di una voce amica che arrivava da lontano.
Una quindicina di anni fa, nel Pacifico meridionale, si scatenò una burrasca molto violenta che colse molti yacht che avevano svernato in Nuova Zelanda mentre si trovavano a centinaia di miglia dalla costa lungo la rotta che li riportava verso le Tonga. Grazie alla radio molte di queste barche poterono restare in contatto con il rescue team (gruppo di soccorso) allestito in Nuova Zelanda e alcune poterono ricevere aiuto. Ma non c’è da cullarsi troppo nell’idea che se succede qualche cosa, con la radio si possa contare su un aiuto esterno. Le rotte oceaniche sono deserte, le distanze infinite, gli stati rivieraschi sono poveri e per lo più non possiedono mezzi di pronto intervento. Meglio non contare su aiuti esterni e preparare la barca e noi stessi in modo da fare fronte da soli a qualsiasi emergenza.
Capita spesso di avere paura?
Le paure sono un po’ come le burrasche: diminuiscono con il passare degli anni.
Ci sono stati dei momenti di paura, ma meno di quanto si possa immaginare. È capitato di notte, al largo della Colombia, quando, per qualche ora, siamo stati inseguiti da una luce misteriosa. Non sapremo mai se quella paura fosse motivata o no, perché la situazione si risolse con l’arrivo di un’altra nave, probabilmente militare, che intercettò e dissuase gli inseguitori.
Dieci anni dopo, al largo dello Sri Lanka, ci siamo spaventati per una specie di inseguimento pressante da parte di alcuni barconi di pescatori apparentemente ubriachi. Si erano posizionati intorno a noi e ci stringevano sempre più da vicino, mentre navigavamo a 7 nodi in un mare moderatamente mosso. Anche quella volta, fortunatamente, la situazione si risolse da sola.
In quegli stessi anni ci capitò di finire alla deriva mentre eravamo a bordo del nostro tender sotto un violentissimo temporale, dentro una baia disabitata: il rischio era di essere trascinati in mare aperto dalle correnti. Ci sono state poi un certo numero di burrasche, per le quali la parola giusta non è paura. Quel che si prova in questi casi è semmai un senso di impotenza, di stupore di fronte alla grandiosità degli elementi, sentimento accompagnato il più delle volte da grande fatica e sfinimento.
Due anni fa abbiamo avuto paura mentre, navigando dalle Phoenix (Usa) alle isole Fiji, abbiamo avuto notizia di un ciclone che, a 300 miglia da noi, dirigeva a sua volta sulle Fiji. Che fare? Proseguire verso le Fiji significava andare a cercare l’incontro col ciclone. Rallentare in attesa degli eventi avrebbe comportato il rischio, se il ciclone avesse cambiato rotta e puntato su di noi, di essere investiti in pieno oceano, senza possibilità di cercare riparo a terra. Quella volta la paura era giustificata e ce la siamo tenuta per un giorno, fino a quando il ciclone non ha cambiato rotta e si è allontanato verso Ovest.
Altre volte ci siamo spaventati al contatto con popolazioni primitive che a prima vista sembravano ostili. È successo alle Salomon, in Papua Nuova Guinea, in Africa. Si è trattato sempre però di una specie di malinteso dovuto alla stanchezza e alla tensione conseguenti all’arrivo in un posto nuovo. Quei volti che ci erano sembrati minacciosi, quegli sguardi che ci erano sembrati sinistri, quei gesti che avevano un che di intimidatorio, in realtà nascondevano solo stupore e indecisione di fronte a questi strani esseri, noi, giunti all’improvviso dal mare, inattesi e sconosciuti.
TABELLA DEI COSTI PER IL GIRO DEL MONDO
Nella tabella che segue nella colonna di sinistra sono riportate le spese minime, quelle degli equipaggi particolarmente attenti e risparmiatori, al di sotto delle quali è molto difficile andare. Nella colonna di destra sono pubblicate quelle più alte, di un equipaggio facoltoso che può concedersi un viaggio più rilassato, senza tema di ritrovarsi, a metà del giro, con la cassa vuota.
I costi sono pensati per una barca a vela sui dodici metri, con due persone a bordo, che faccia un giro del mondo in due anni, lungo una rotta simile a quella descritta negli articoli precedenti.

Il totale risulta così di 17.000 euro per i naviganti morigerati e 50.000 euro per quelli “ricchi”. Meno di quanto si potrebbe pensare, però. Questo nell’ipotesi che la barca sia, alla partenza, perfettamente attrezzata e dotata anche di ricambi. Naturalmente le cifre di cui sopra sono solo delle stime, valutate secondo le esperienze personali. Il mare è grande, c’è posto per tutti e tutti, su questi argomenti sensibili, tendono a pensarla diversamente.


