mercoledì, Luglio 24, 2024

Zeffiraglia III, Giorgio Daidola, estratto in anteprima del libro Dal Mediterraneo alle Azzorre

In anteprima per RTM alcuni degli approdi più interessanti di Zeffiraglia III, dal
volume Dal Mediterraneo alle Azzorre, appena pubblicato disponibile sul sito www.frangente.com, che descrive dettagliatamente il viaggio dell’autore, Giorgio Daidola, dalla Croazia all’Atlantico.


Le Bocche del Cattaro

Considerate il fiordo più lungo e più spettacolare del Mediterraneo, le Boka Kotorska, in italiano Bocche del Cattaro, sono in realtà la gola di un fiume invasa dal mare. Entrando dal mare aperto il fiordo non rivela subito la sua straordinaria bellezza. Man mano che si procede è però un crescendo di meraviglie, le montagne si fanno più alte e imponenti, i paesini lungo le coste più affascinanti. In questo Eden è possibile rimanere senza annoiarsi per parecchi giorni. Magari tirando bordi su di un mare senza onde importanti per raggiungere località a breve distanza. Abbiamo trascorso in tutto una decina di giorni nel fiordo, oltre ai tre in cui abbiamo lasciato la barca ormeggiata nel comodo marina di Porto Montenegro e abbiamo visitato in auto l’interno del paese.

Nella baia di Kotor, soprattutto nelle parti interne, è possibile ormeggiare in acque calme quasi ovunque, anche se sarebbe vietato perché il fiordo un tempo era zona militare e i regolamenti non sono stati cambiati. Lungo le coste si notano carcasse arrugginite di incrociatori, caserme fatiscenti e misteriose gallerie scavate nella roccia. «Metti l’ancora dove vuoi, nessuno ti manderà via!» mi dice John Stephen, sales manager di Porto Montenegro. John, australiano, è arrivato qui con la sua barca nel 2008 e, innamoratosi del posto, ha deciso di mettervi radici. Questa libertà di fermarsi quasi ovunque, unita alle distanze limitate e alla varietà di luoghi di grande interesse, fa della baia di Kotor un vero paradiso. Unico avvertimento: in caso di forti venti bisogna fare molta attenzione alle raffiche che possono scendere violente dalle montagne, soprattutto nella parte più interna della baia, dove i pendii sono molto ripidi e le creste superano abbondantemente i mille metri di dislivello.

Il fiordo si può dividere per comodità di trattazione in tre parti, collegate da stretti canali: la baia d’ingresso (Hercegnovski Zaliv), il grande lago centrale (Tivatski Zaliv), le due baie interne (Risanski Zaliv e Kotorski Zaliv). L’intero percorso, senza considerare i frequenti zig zag e il piacere di tirare bordi come si fa su di un lago, è di circa 17 miglia.


La baia d’ingresso

Superato il forte croato sul capo della penisola di Prevlaka a sinistra e le fortificazioni abbandonate dell’isola Mamula a destra, il vento dominante da nordovest gira repentinamente a sudest: è normale in questa zona. Procediamo con il vento al giardinetto e man mano che entriamo nell’ampio golfo il mare si appiattisce.

Arriviamo dalla Croazia e quindi dobbiamo espletare le formalità d’ingresso, nonché pagare la vignetta a Zelenika, dove c’è a tale scopo un pontile in cemento battuto dalla risacca a cui bisogna ormeggiarsi all’inglese. Si forma così facilmente una lunga fila indiana di imbarcazioni perché, fra dogana e polizia, le pratiche non sono molto veloci. Per fortuna il vento da sud oggi non è forte e l’ormeggio è abbastanza tranquillo. Diventa però un po’ meno tranquillo quando la barca dietro di noi nel lasciare l’ormeggio non riesce a staccarsi dalla banchina e punta dritto sulla nostra poppa! Grazie ai numerosi parabordi su entrambe le fiancate, oltre a quello provvidenziale a poppa, evitiamo il peggio.

Se il vento da sud-sudest è molto forte questa sosta, oltre che noiosa, può diventare insostenibile. In tal caso bisogna chiedere per radio alla polizia di Zelenika di fare l’ingresso a Kotor, in fondo al fiordo, a 17 miglia di distanza. Se le formalità d’ingresso sono espletate a Zelenika il pagamento del permesso per navigare in Montenegro (minimo una settimana) si effettua in contanti direttamente alla dogana, senza dover andare a fare la coda alla posta, come invece abbiamo dovuto fare a Bar provenendo dalla Grecia.

Le pratiche filano lisce e mettono fine alla nostra inquietudine: siamo infatti entrati in Montenegro come non ci fossimo mai stati prima. Per nostra fortuna si direbbe che i sistemi informatici di polizia e dogana siano poco evoluti in questo paese: infatti il nome Zeffiraglia III non vi risulta già registrato nonostante due mesi fa non avessimo fatto le pratiche di uscita.

Due miglia a ovest di Zelenika c’è il porto di Herceg Novi, l’antica e importante Castelnuovo. Si può ormeggiare lungo la prima parte del frangiflutti, dove ci sono alcuni corpi morti a pagamento; non è più permesso l’ancoraggio nella zona ovest del porto. Un forte vento da sud può rendere in ogni caso l’ormeggio poco confortevole. Anche se le previsioni sono buone decidiamo a malincuore di proseguire verso Tivat. Gli scozzesi danno segni di stanchezza e anche Gianni e Massimo, che viaggiano di conserva sulla loro barca, visto che è soltanto mezzogiorno preferiscono proseguire. Peccato. È pur vero che vista dal mare Herceg Novi è decisamente brutta e non fa venire voglia di fermarsi: una serie di moderni condomini anonimi sovrasta la costa. Se però si supera il lungomare le guide turistiche sono concordi nell’affermare che si scopre un affascinante centro storico cinto da mura. Inoltre la città offre la possibilità di effettuare interessanti itinerari a piedi ad anello nel massiccio dell’Orjen, che raggiunge i 1894 metri sul livello del mare (cima Zubački Kabao), al confine con la Bosnia Erzegovina. Il punto di partenza per questa cima è Vrbanj, raggiungibile in auto da Herceg Novi via Kameno. Sarà per la prossima volta…

Finite le pratiche di ingresso a Zelenika ci spostiamo sull’altra sponda della baia: a sole due miglia in direzione sudest abbiamo notato il bel borgo di case antiche di Rose. Secondo il portolano cartografico di Muller e Strassburger [1] dovrebbero esserci numerose boe di diverso colore a seconda delle dimensioni della barca. Secondo il portolano di T. e D. Thompson, sempre Edizioni il Frangente, i gavitelli sarebbero vecchie mine neutralizzate! Noi comunque di gavitelli ne vediamo ben pochi, probabilmente la maggior parte sono stati eliminati. Siamo in un punto del golfo poco protetto e il moto ondoso, unito al vento piuttosto forte da ovest, non invoglia certo a ormeggiare, tanto meno lungo la corta banchina battuta dalle onde come si propone, avvertendo però che può risultare scomoda, nel portolano 777 Adriatico orientale della Magnamare. Rinunciamo pertanto anche a questa sosta. Rose, però, è graziosa, tutte le case sono antiche e senza stonature, salvo le auto che arrivano fin sul molo.

Procediamo con un bel vento al traverso verso l’interno delle Bocche di Cattaro. Il fiordo si stringe, al traverso di Kumbor è largo meno di un miglio. Giunti nell’ampio bacino centrale, il Tivatski Zaliv, il vento diminuisce fino ad annullarsi.


Marina di Teulada

Arriviamo così, con vento ora contrario, a Marina di Teulada, di cui ho già detto un gran bene in Viaggio in Mediterraneo, quando vi giunsi da ovest con vento in poppa e paurose raffiche a 40 nodi nel lontano 2008. Stavolta l’ingresso in porto è molto meno adrenalinico.

Mi sembra quasi di essere a casa in questo marina per me perfetto, che ci fa sentire come alla fonda in una sicura, splendida baia. Viene ad accoglierci la sempre giovane e appassionata direttrice Barbara Lai, ora mamma di Elena, una splendida bambina. Barbara ha visto nascere questo marina che, come dice lei, “si presenta da solo”. Lo gestisce con grande competenza e con tanta passione. Nel 2014 manca sempre un travel lift per mettere le barche in secca sul grande piazzale, che però in estate viene utilizzato per organizzare feste, oltre che come posteggio. Manca anche un distributore di benzina. Siamo inoltre stupiti di trovare un marina così bello mezzo vuoto. «Abbiamo prezzi troppo alti, simili a quelli di Villasimius, che offre molti più servizi», afferma Barbara. Da notare che Teulada fa parte, insieme a Villasimius e Cagliari, del gruppo Marinedi. Barbara, raggiunta per telefono per gli auguri di Natale 2017, mi dice che, a piccoli passi, i servizi offerti dal marina migliorano: è stato aperto un bar con uno spaccio di generi alimentari ed è arrivato un travel lift, anche se manca ancora l’autorizzazione per utilizzarlo.


Maiorca, Golfo di Pollensa

Troviamo senza troppa difficoltà un ormeggio a Puerto de Bonaire, chiamato anche Puerto Cocodrilo, sulla sponda sudest dell’ampio golfo. Si tratta di un marina privato con circa 350 ormeggi, immerso nelle pinete che scendono fino al mare. Nel 2001 una tempesta causò seri danni al porto e alle barche, per questo è stata realizzata una nuova diga foranea altissima a prova di uragano ed è stato modificato l’ingresso, che ora si presenta a gomito. Il tutto rende gli ormeggi particolarmente sicuri e confortevoli. I prezzi di Marina de Bonaire sono contenuti (31 euro per un 10 metri in alta stagione) considerati gli standard elevati: credo sia dovuto al fatto che si tratta di un marina privato di proprietà di una famiglia di appassionati di vela d’altura approdata qui dalle Asturie. Il capo famiglia Leo Gaston Castanon è assente (giustificato!) perché sta facendo una circumnavigazione del globo sul suo catamarano Atlantide. Difficile davvero avere il piacere di conoscerlo: anche nella primavera 2018 Leon sta effettuando una piccola crociera circolare atlantica, Bonaire-Gibilterra-Canarie-Capo Verde-Caraibi-Azzorre-Gibilterra-Bonaire… Durante le sue lunghe assenze il porto è gestito dal figlio Nico e dalla moglie Ana. Nel marina regnano un ordine e una calma assoluta. Eppure la maggior parte delle barche sono abitate. Come l’antico cutter in legno di fianco a Zeffiraglia III sul quale passa l’estate una coppia di inglesi dai candidi capelli. Li vediamo soltanto di sera: ogni mattina presto lasciano silenziosi l’ormeggio per passare tutta la giornata nelle bellissime baie che si affacciano sul golfo. Oltre a Marina de Bonaire c’è, come alternativa in fondo al golfo, il Marina de Pollensa. È più grande di Bonaire, con possibilità di utilizzare boe di ormeggio sia a sudovest che a nordest del porto. I grandi alveari di cemento della stazione balneare che cinge il porto lo rendono però molto meno attraente, almeno ai miei occhi.


Il marina di Lagos

Il ponte levatoio pedonale ci obbliga a ormeggiare all’inglese al pontile della reception del marina, sulla sinistra orografica del fiume, per la registrazione. La grande darsena del Marina de Lagos è subito dopo il ponte, che viene aperto in ogni momento del giorno dal personale del marina stesso chiamando sul canale 9. Il marina è risultato per noi il migliore fra quelli visitati su questa costa e non soltanto per la qualità dei servizi. In esso, come nel vicino cantiere Sopromar, si respira l’atmosfera tipica della vela di avventura, delle grandi traversate. Qui quasi non si vedono barche attrezzate per fare i soliti due bordi e un bagno in baia, quasi tutte sono vissute, dotate di timoni a vento, di impianti eolici, di pannelli solari. Ci fermiamo spesso a guardare incantati questi scafi robusti, queste tughe e questi ponti superattrezzati, che hanno sicuramente vissuto il grande mare. Socializziamo facilmente con le persone a bordo o almeno ci si saluta, come si fa quando si incontra qualcuno su di un sentiero di montagna.

Marina de Lagos è diretto da Ingrid Fortunato, una giovane appassionata velista attenta alle necessità delle barche a vela e a tanti piccoli particolari che fanno la differenza. Ingrid organizza anche un’importante regata annuale nel mese di settembre. In inverno i 460 ormeggi disponibili sono quasi tutti occupati, trattandosi di una darsena sicura e di una sosta classica per chi arriva dalla traversata atlantica o si appresta a farla. Circa il 60% della clientela è straniero e il buon clima di Lagos durante tutto l’anno induce molti a svernare in barca. Il marina è gestito da un gruppo finanziario di Lisbona insieme al grande albergo con piscina che si affaccia sulla darsena. «Fra i nostri obiettivi», dice Ingrid, «c’è quello di ampliarci nel grande bacino del porto peschereccio, poco prima del ponte levatoio. Sarebbe anche un modo per sviluppare i già ottimi rapporti con il cantiere Sopromar.»


Il centro nautico Sopromar

Chiamarlo cantiere non rende bene l’idea. Se proprio lo si vuole definire un cantiere, diciamo che è un cantiere a cinque stelle. Fondato da João Batista Pereira nel 1975, esso ha mantenuto una gestione familiare, anche se le sue dimensioni sono diventate quelle di una grande azienda che offre una pluralità di servizi, con branche a Lisbona e a Portimão.

Hugo Henriques, il direttore, ci illustra le strategie vincenti del cantiere, capace attualmente di ospitare in secca circa 300 barche. Se fossimo in Turchia sulla stessa superficie ne farebbero stare il doppio, ma qui si bada alla qualità e al comfort per chi vive sulle barche in secca e ad agevolare i lavori di manutenzione. Una serie di reparti di specialisti, dai meccanici ai riggers, dai maghi dell’inox a quelli della vetroresina e del legno, è a disposizione, coordinati da Pedro Pereira, figlio del fondatore, per risolvere qualsiasi problema. Gli eleganti uffici fanno pensare a managers che non si sporcano le mani sulle barche ma non è così. I cinque membri della famiglia lavorano sodo insieme a cinquantotto dipendenti e i loro figli partono dalla gavetta, aiutando a pulire e a rimessare le barche. L’attività in settembre è frenetica intorno ai tre travel lift che accompagnano le barche fino alle piazzole asfaltate, tutte servite da acqua ed elettricità. La crisi? Qui proprio non si sente, negli anni peggiori i Pereira hanno investito ben 2,5 milioni di euro nel nuovo elegante fabbricato. «Perché», dice Hugo Henriques, «è nei momenti di crisi che bisogna avere il coraggio di investire, trasformando le avversità in opportunità.» L’imponente edificio, rivestito in sughero dell’Algarve, accoglie gli uffici, il ristorante aperto tutto l’anno, le botteghe specializzate, i servizi, le camere con bagno a disposizione di chi non ama dormire sulle barche in secca, i box per riporre le attrezzature che intasano i gavoni agevolando così i lavori di manutenzione e in particolare allungando la vita del tender. La chicca è però lo shipchandler che occupa gran parte del piano superiore. È il più grande del Portogallo, in esso si trova davvero tutto, dall’abbigliamento ai pezzi di ricambio per il motore, funziona infatti anche da magazzino delle scorte per i vari reparti.

Il tempo trascorso in secca per preparare la nostra barca per il lungo inverno è passato veloce in questo cantiere a pochi minuti dal centro storico, prolungando i piaceri della vacanza.


[1] Croazia e Montenegro, vol. 2, Edizioni Il Frangente, Verona, 2012.

 

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