lunedì, Ottobre 19, 2026

Il MoSE protegge Venezia

Il Mose protegge Venezia, ma pesa sulla laguna.
Difendere Venezia dall’acqua alta non basterà, se non si tagliano le emissioni di gas serra a livello globale. Con l’innalzamento del mare le barriere mobili del Mose dovranno chiudersi sempre più spesso. Isolata dal mare, l’acqua della laguna si rinnoverà più lentamente e, complice il riscaldamento, resterà ferma e calda più a lungo, mettendo sotto stress l’intero ecosistema. È la conclusione di uno studio dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste pubblicato il 9 ottobre su Scientific Reports. I ricercatori hanno simulato la laguna a metà e a fine secolo, con alte e basse emissioni. Nello scenario peggiore il Mose resterebbe chiuso circa 248 giorni l’anno, oltre un terzo della laguna impiegherebbe più di 20 giorni a rinnovare le proprie acque e le temperature estive supererebbero i 30 gradi per più di tre mesi l’anno. Con basse emissioni, invece, sia i giorni di chiusura sia l’area della laguna con acque a lento ricambio si ridurrebbero di circa il 50%.
Il MoSE protegge Venezia, ma riduce l’inondazione delle barene: lo studio sulla laguna e il sistema AThOS

Il Mo.S.E. tutela Venezia dalle maree più alte, ma riduce l’inondazione delle barene e quindi l’apporto di sedimenti necessario alla loro crescita. I ricercatori studiano nuove strategie, come il sistema AThOS, per limitare le chiusure e preservare l’equilibrio della laguna.

Il Mo.S.E. (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) rappresenta l’attuale linea di difesa costiera di Venezia contro l’innalzamento del livello del mare e gli eventi meteorologici estremi. Poiché un’eventuale ricollocazione della popolazione non rappresenterebbe una strada percorribile, il sistema di paratoie mobili costituisce attualmente la principale soluzione per proteggere la città dal rischio di allagamenti. Sebbene queste barriere funzionino efficacemente, un recente studio pubblicato su Nature Water ha mostrato che il loro funzionamento può avere conseguenze sugli ecosistemi lagunari, con possibili implicazioni a lungo termine per gli equilibri costieri circostanti.
Cosa sono le “barene” in una laguna
Le aree parzialmente emerse dell’ambiente lagunare prendono il nome di barene. Colonizzati da vegetazione tollerante al sale, questi ecosistemi svolgono un ruolo cruciale per l’equilibrio dell’intera laguna. Il loro accrescimento nel tempo dipende dalla continua deposizione di sedimenti minerali, un processo essenziale che consente a queste zone umide di adattarsi progressivamente all’innalzamento del livello medio del mare. Le barene contribuiscono inoltre a migliorare la qualità dell’acqua, regolano il ciclo dei nutrienti, attenuano l’energia delle mareggiate e funzionano come importanti serbatoi per il sequestro del carbonio.

Le barene di Venezia
L’accrescimento fisico dello spessore di questo strato lagunare parzialmente sommerso dipende da un processo idraulico legato alle mareggiate. In determinati periodi dell’anno, infatti, il livello dell’acqua aumenta e il movimento del fluido trasporta con sé una frazione di materiale solido che, quando la velocità della corrente diminuisce, tende a sedimentare. La deposizione continua di questi sedimenti contribuisce così a generare uno spessore sufficiente a compensare l’innalzamento del livello medio del mare, attualmente stimato in circa 4,4 mm all’anno. In assenza di questo progressivo accrescimento, il dislivello tra la superficie delle barene e il livello dell’acqua tenderebbe a ridursi, fino a determinare nel tempo la possibile scomparsa di queste aree emerse.
I ricercatori stanno quindi valutando una strategia alternativa, chiamata AThOS (Adaptive Threshold Operating Strategy), che prevede un’attivazione più contenuta delle paratoie mobili e favorire l’inondazione delle barene.
Come funziona il Mo.S.E. a Venezia e cosa succede attivandolo
La continua attivazione del Mo.S.E. rappresenta oggi un ostacolo alla naturale inondazione delle barene. Bloccare le maree non significa infatti soltanto proteggere la città dalle inondazioni, ma anche ridurre l’apporto di sedimenti, impedendo così a questi ecosistemi di accrescere e adattarsi al progressivo innalzamento del livello del mare. Il risultato, nel lungo periodo, è una progressiva erosione, che può culminare nella scomparsa di questa fondamentale componente dell’ambiente lagunare. A partire da questo problema, alcuni ricercatori italiani dell’Università di Padova, dell’Università di Southampton (UK) e dell’ISPRA hanno analizzato i dati raccolti dalla prima attivazione del Mo.S.E. a oggi, illustrando i risultati in un recente articolo scientifico pubblicato su Nature Water.
Le simulazioni numeriche e l’analisi dei dati condotte dai ricercatori, pubblicate nel giugno 2026, quantificano l’impatto ecologico descritto finora in termini generali: rispetto a uno scenario ipotetico privo di attivazioni del Mo.S.E., l’attuale protocollo operativo riduce in media del 27,5% l’estensione delle barene interessate dalle inondazioni. Durante eventi specifici, tuttavia, questa riduzione può superare il 75%, a seconda delle tempistiche di chiusura e delle condizioni del vento.

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Eventi di allagamento nell’ultimo secolo a Venezia. Fonte: Nature Water
Ma quali sono le conseguenze sull’accumulo di sedimenti e sull’accrescimento verticale delle barene? Lo studio stima che le chiusure avvenute tra il 2020 e il 2023 abbiano ridotto la sedimentazione di circa il 32% rispetto a uno scenario non regolato, cioè in assenza di chiusure artificiali. Questa diminuzione si traduce in un minore accrescimento verticale delle barene pari a 2,6 millimetri all’anno.
La strategia AThOS
La ricerca qui riassunta lancia un messaggio chiaro alla comunità scientifica: la riduzione del rischio idraulico per le aree urbane non può prescindere dalla sopravvivenza morfologica della laguna. Tuttavia, allo stato attuale, la soluzione ingegneristica offerta dal Mo.S.E. appare indispensabile. Per questo motivo, i ricercatori hanno valutato una possibile strategia operativa ottimizzata, chiamata AThOS (Adaptive Threshold Operating Strategy). Si tratta di un protocollo che prevede un’attivazione più contenuta delle paratoie mobili e, in particolare, l’entrata in funzione del Mo.S.E. solo quando i livelli dell’acqua superano soglie di sicurezza specifiche per i tre principali centri urbani: Venezia, Chioggia e Burano.
Applicando retrospettivamente questo protocollo ai dati storici disponibili, è emerso che la procedura AThOS avrebbe potuto ridurre il numero complessivo di chiusure del 30% circa. I ricercatori evidenziano inoltre che, con l’attuale gestione, il tempo cumulato di chiusura annuale risulta in media superiore del 107,2% rispetto a quanto strettamente necessario per garantire la sicurezza dei centri urbani.

Sedimentazione registrata e stimata considerando apertura MoSE senza e con scenario AThOS. Fonte: Nature Water
Adottando lo scenario AThOS, la riduzione delle aree inondate di barene si limiterebbe a un modesto 2,9%. Contestualmente, questa gestione ottimizzata incrementerebbe la sedimentazione sulle zone umide del 19% rispetto allo scenario operativo attuale. Lo studio dimostra, quindi, che una gestione più oculata delle paratoie può promuovere un equilibrio sostenibile tra la protezione urbana e l’integrità dell’ecosistema, disinnescando i danni a lungo termine.
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Cosa succederà a Venezia nel futuro, lo studio con 4 scenari: da laguna aperta a dighe di chiusura
Dal MoSE a dighe e argini, fino all’ipotesi estrema di abbandono della città, uno studio dimostra che Venezia potrà difendersi dall’innalzamento del livello del mare causati dal cambiamento climatico solo entro certi limiti.
Venezia gestisce il suo delicato equilibrio con la natura e con la laguna che la circonda in ragione di mirati e complessi interventi umani. L’innalzamento del livello del mare unito alla subsidenza del terreno però minacciano il futuro della città, soprattutto nel medio-lungo termine. Sebbene questa sua posizione portuale nel corso dei secoli sia stata un punto di forza, oggi infatti rischia di trasformarsi in un grande limite. A tal proposito, un recente studio pubblicato su Scientific Reports (Nature) analizza le possibili strategie di mitigazione e intervento perseguibili, che vengono qui riproposte nei loro punti salienti.
Venezia e le stime per il 2100 sul livello del mare e subsidenza
Venezia è un caso unico al mondo: oltre metà della città si trova a meno di 1,2 metri sul livello del mare. Questa scarsa elevazione fa sì che anche un minimo innalzamento delle acque mandi in crisi la viabilità e la vita quotidiana. Negli ultimi 23 anni, la frequenza delle inondazioni è incrementata: ben 18 eventi estremi hanno sommerso oltre il 60% del centro storico. Il problema si innesca per la concausa di due fattori combinati:
  • L’innalzamento globale dei mari dovuto al cambiamento climatico.
  • La subsidenza, ovvero il lento ma progressivo sprofondamento del suolo veneziano.
Le stime per il futuro sono preoccupanti: entro il 2100, il livello del mare potrebbe salire di 40-80 cm, con il rischio concreto di superare il metro negli scenari più pessimistici.

Alla luce di questa delicata condizione ambientale, la principale strategia protettiva messa in campo ad oggi è stata la progettazione, costruzione e messa in funzione del MoSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico: si tratta di un sistema di paratoie mobili, 78 totali e tra loro indipendenti, che si alzano e abbassano a seconda della necessità grazie all’utilizzo della spinta idrostatica dell’acqua, variando quindi il peso della singola paratoia per favorirne l’innalzamento senza utilizzare un motore termico o elettrico. Questo sistema artificiale, realizzato a partire dal 2003 e inaugurato parzialmente nel 2020, protegge la laguna di Venezia mediante l’apertura di una o più paratoie al superamento di determinate soglie di livello idrico indotte dalle maree. Dal 2022 il sistema di barriere mobili MoSE protegge Venezia dalle acque alte più intense.
Tuttavia, come spiegano gli autori dello studio, questo futuro incremento del livello marino comporterà inevitabilmente la messa in funzione frequente e prolungata del MoSE: ciò verosimilmente comporterà costi crescenti, interferenze con il porto, peggioramento della qualità delle acque e danni agli ecosistemi lagunari. Nella sostanza, questa condizione dimostra, sul lungo termine, il fatto che il MoSE non possa essere interpretato come una soluzione definitiva al problema, ma piuttosto uno strumento di risoluzione parziale e temporanea del problema.
I 4 possibili scenari per contrastare lo sprofondamento della città
In ragione dello studio previsionale condotto sull’innalzamento dei livelli idrici attesi, gli autori tracciano possibili strategie risolutive – di complessità crescente – identificando contestualmente gli impatti socio-economici che ne conseguono.

Scenari di intervento.
Soluzione 1: mantenere la laguna aperta
Venezia continua a vivere dentro una laguna aperta al mare, protetta dalle maree estreme tramite il sistema MoSE installato alle bocche di porto. Mantenere l’attuale configurazione lagunare è chiaramente l’approccio meno invasivo dal punto di vista paesaggistico, culturale e simbolico. La strategia prevede la messa in funzione del MoSE nel caso di acque alte eccezionali, preservando le dinamiche morfologiche ora presenti. Si dovranno affiancare quindi delle misure di adattamento locale, come protezioni temporanee agli edifici, barriere monumentali o sollevamento artificiale del suolo. La strategia richiede un incremento sempre maggiore dell’utilizzo del MoSE, con annessi costi e rischi di malfunzionamento. Al tempo stesso – anche con tutte le misure possibili – gli studi mostrano come una stima di un innalzamento nell’ordine dei 75 – 175 cm appaia comunque non più gestibile da questa strategia di intervento.
Scenario 2: il ring-diking
In questo scenario, Venezia viene protetta da argini continui che la isolano idraulicamente dalla laguna (ring-diking), la quale resta però aperta al mare. Gli argini circondano la parte storica della città e le isole abitate, e all’interno l’acqua viene gestita per il tramite di sistemi di drenaggio e pompe in grado di regimentarla in maniera corretta. A questo punto, il MoSE perde utilità e il grado di protezione della zona bassa della città si incrementa sensibilmente. Ciononostante, la città verrebbe totalmente separata dalla laguna, con un drastico cambiamento di paesaggio e la perdita della sua identità storica del legame acqua- città. Inoltre, una falla nel sistema di argini causerebbe un repentino allagamento della città, che potrebbe diventare dunque poco resiliente in tal senso.
Scenario 3: dighe di chiusura definitiva della laguna
L’opzione più radicale predilige una separazione definitiva della laguna dalla città. Questa soluzione prevederebbe la realizzazione di dighe permanenti alle bocche del porto in sostituzione del MoSE e, grazie a grandi sistemi di pompaggio, il livello di acqua nella laguna potrebbe essere mantenuto artificialmente stabile. Questo offrirebbe la massima protezione possibile alla città, con minima riduzione dei rischi di allagamento. Tuttavia, la soluzione si imbatte in costi economici elevatissimi, con annessa una irreversibile distruzione della laguna quale ecosistema naturale che oggi conosciamo. Ne consegue anche un grave impatto sull’acquacoltura, la cultura lagunare e le attività di pesca, nonché la necessità di ripensare completamente al sistema portuale attualmente presente.
Scenario 4: abbandono
Lo scenario estremo accetta che – oltre certi limiti climatici – difendere Venezia non sia più tecnicamente o socialmente sostenibile. La soluzione, pertanto, sarebbe quella di abbandonare progressivamente la città, spostare (se possibile) alcuni monumenti e rinunciare a Venezia come insediamento vivo. È la soluzione con i costi economici diretti più bassi e una riduzione estrema dei rischi di disastri catastrofici improvvisi. Tuttavia, la perdita culturale e simbolica conseguente a una simile decisione risulta incalcolabile.
Un occhio al futuro globale
Venezia non dovrà scegliere una sola strategia, ma passerà probabilmente da una all’altra nel tempo, man mano che il mare salirà. Esistono però dei “punti di svolta” oltre i quali una strategia non è più sostenibile. Poiché opere di questo tipo richiedono decenni di progettazione e realizzazione, le decisioni cruciali andrebbero prese molto prima che l’emergenza diventi ingestibile.
Sebbene lo studio si focalizzi su Venezia come città cuore del problema, città costiere di tutto il mondo si troveranno ad affrontare dilemmi simili nei prossimi decenni. Il caso veneziano mostra che non esistono soluzioni indolori, ma scelte consapevoli tra valori in competizione: tutela dell’ambiente, sicurezza, patrimonio culturale, identità sociale. In questo contesto, giova anche sottolineare che una forte mitigazione climatica può rallentare l’innalzamento del mare e mantenere aperto lo spazio delle soluzioni, annullando o riducendo in maniera sostanziale possibili scenari catastrofici.