martedì, Luglio 16, 2024

Mamaroa parte 8

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Che cosa fare, dopo l’arrivo?

Dal 19 al 31 dicembre 1974 Ma­maroa è rimasta ferma a Fort de France.

Dopo due-tre giorni di relax, impegnati soprattutto a scrivere e ri­cevere telegrammi, lettere e telefona­te, e guardarci un po’ intorno per scoprire il piacere di essere di nuovo tra la gente, Annette ed io abbiamo dovuto prendere una decisione impor­tante.

Intatti l’entusiasmo per la traversata riuscita così bene ci aveva fat­to accarezzare un progetto decisamen­te ambizioso, quello cioè di ripartire ai primi di Gennaio per le Bermude, circa 1000 miglia verso Nord, per en­trare nella zona dei venti costanti da Ovest e da lì attraversare nuovamente l’oceano dirigendo sulle Azzorre, infi­lare quindi lo stretto di Gibilterra e tornare a casa.

Confesso che la tenta­zione di ricominciare a correre con Mamaroa davanti al vento, e riprende­re il ritmo interrotto, era grande, ma alla fine il buon senso ha prevalso.

Anzitutto una traversata del Nord Atlantico in pieno inverno e con il grande freddo poteva riservare grossi dispiaceri per una barca piccola come la nostra, con il bordo libero basso e con un equipaggio ridotto.

Infatti, pur con il vantaggio di prendere l’ine­vitabile cattivo tempo in poppa (lo spostamento delle depressioni nel Nord Atlantico è sempre da Ovest verso Est), bisogna considerare che una tempesta invernale in quei mari sarebbe potuta durare più giorni, co­stringendoci ad estenuanti turni al ti­mone (non me la sarei sentita di affi­dare la condotta della barca, con un mare che frange di poppa, al timone a vento, che è bravissimo, ma non ha gli occhi per guardarsi alle spalle).

E poi le Antille ci sarebbero rimaste sconosciute, ed invece lì il sole era caldo e la gente ospitale.

Ed infine questo ipotetico ritorno in quella stagione avrebbe dato al nostro viaggio il sapore di una sfida al mare, cosa che non volevamo, poiché sappiamo tutti che il mare è infinitamente più forte di ciascuno di noi, e non serve trasformarlo in una specie di palestra dove misurare la propria presunzione.

Volendo, si può andare (quasi) dappertutto, ma con la barca adatta e poi almeno al nostro livello occorreva rispettare le regole del gioco delle stagioni. Se avessimo avuto tempo fino a luglio, allora Sì, avremmo fatto il nostro gi­ro per le Antille, e poi saremmo ripartiti in Aprile, risalendo con il Sole alle latitudini dei venti da Ovest, per attraversare in maggio-giugno, quando il Nord Atlantico diventa più tranquillo e fa più caldo, ed arrivare in Mediterraneo in piena estate.

Ma noi invece dovevamo essere in Italia entro il 31 Marzo, quindi accantonammo definitiva­mente il progetto, e poiché occor­reva circa un mese di tempo per il rientro di Mamaroa (cioè 20 giorni di viaggio sulla nave da Fort-de ­France a Marsiglia, più almeno 10 giorni per riarmare la barca a Mar­siglia e fare il trasferimento all’Ar­gentario), risultò che ci restavano a disposizione i due mesi di gennaio e febbraio per visitare le Antille. Decidemmo di sfruttare al massimo questo tempo, cercando di toccare nel nostro viaggio tutte le piccole Antille (circa 40 isole, senza contare gli isolotti disabitati); per non di­menticarne neanche una, occorreva percorrere in totale circa 2000 mi­glia.

Dedicammo quindi una decina di giorni (21-31 dicembre), con una pausa di riposo il giorno di Natale, alla preparazione della crociera ed all’organizzazione del ritorno (ac­cordi con l’agenzia che si occupava della spedizione, la nave partiva il 28 Febbraio, acquisto di una inva­satura per il trasporto, acquisto di alcune carte nautiche che mi man­cavano, riassetto completo della bar­ca e controllo dello stato delle at­trezzature) e finalmente il 1° Gen­naio, dopo aver trascorso la notte di fine d’anno ospiti del Club Mediter­ranee, partimmo dalla Martinica.

In 50 giorni, con una media di due ancoraggi al giorno e toccando quasi ogni giorno un’isola diversa, portam­mo a termine la crociera prevista. Alla fine eravamo un po’ stanchi per quel ritmo sostenuto, ma il 21 Feb­braio 1975 Mamaroa era di nuovo a Fort de France, per prepararsi all’im­barco sulla nave (che doveva avveni­re il 26 Febbraio).

Racconterò di questa bella esperienza di viaggio in uno dei mari più belli e più ricchi di tradizioni e di storia che esistano al mondo,

 1 – Ecco un tipo di sestante realizzato in plastica, che a differenza di molti modelli tradizionali, costa poco: L.45.000. Data la leggerezza, he il grosso vantaggio di non stancare il braccio della persona che lo usa. Il modello qui fotografato si chiama E88CO e si può ottenere tramite Roberto Mannucci, Casella Postale 49, Ostia Centro, Roma.


UOMO LIBERO TU AMERAI IL MARE
Così disse Beaudelaire, così dice l’autore di questo articolo al termine delle sue 7000 miglia di mare su una barca di 7 metri. Ma ci sono anche problemi più venali: per esempio, come si fa a spedire la barca con una nave?

Questo è l’epilogo sul viaggio di Mamaroa, e vi parlerò della spedizione della barca da Fort de France a Marsiglia, del trasferimento via mare all’Argentario, e delle con­clusioni che ho tratto alla fine del viaggio. Spedire una barca è molto semplice, se non si bada a spese, affi­dandosi ad un’Agenzia per le pratiche doganali, e ad un cantiere per curare l’imbarco.

Noi però eravamo alla fine di un lungo viaggio e la cassa di bordo era diventata molto leggera, e doveva­mo contenere al massimo le spese, per cui effettuammo da soli le prati­che doganali, spendendo tra tasse, bolli e diritti vari solo 10.000 lire (l’Agenzia ce ne aveva chieste quasi centomila).

Il personale degli uffici doganali, abituato a trattare solo con incalliti lupi di mare, si mostrò molto sensibile alla presenza ed allo “char­me” di Annette, e questo facilitò moltissimo le complesse pratiche bu­rocratiche, ed in soli tre giorni i do­cumenti per l’imbarco erano pronti, il giorno dell’arrivo della nave (il Cir­cea” della Compagnia Fabre di Marsi­glia), mi recai a bordo per organizzare I’imbarco, e sorsero subito molte dif­ficoltà: il 1° Ufficiale, regolamento alla mano, voleva assolutamente che la barca fosse caricata dalla banchina a cui la nave era accostata e questo si­gnificava per me noleggiare un auto­carro e le spese di alaggio e trasporto sarebbero state un altro duro colpo alla cassa di bordo.

Non insistei co­munque ed il giorno successivo mi presentai al Comandante all’ora dell’aperitivo con Annette, che aveva indossato per l’occasione il suo migliore vestito: tra un Pastis, un Dubonnet e qualche patatina fritta, in pochi minuti il problema era risolto, ci saremmo dovuti presentare l’indo­mani mattina alle 07.00 sottobordo, con la barca disalberata, rimorchiando l’invasatura (che avevamo acquistato di occasione per 40.000 lire, e che era di legno e quindi galleggiava).

La gru della nave avrebbe preso prima l’invasatura e poi la barca, adagiando­vela sopra.

E così altre 150.000 lire erano salve.

Arrivammo puntuali al­l’appuntamento sotto il “Circea” (per ormeggiare ci vollero tutte le cime di cui disponevamo, il ponte della nave era oltre 15 metri sopra di noi), ma solo nel tardo pomeriggio la grossa gru della nave si affacciò dalla nostra parte.

Annette si arrampicò a bordo su una lunga scaletta di corda come un pirata (le mancava solo il classico pugnale tra i denti), ed io mi calai in acqua per assicurare dei cuscini di te­la di sacco tra lo scafo ed i cavi di acciaio che imbragavano Mamaroa, quindi salii sulla barca e fui issato con essa, vivendo momenti di appren­sione mentre la gru che si muoveva a scatti ci faceva ondeggiare allegramen­te tra fumaioli e montagne di contai­ners, fino a calarci lentamente nella profonda stiva del “Circea”.

Conoscemmo così l’equipaggio, e passam­mo con loro la ultima sera alle Antil­le, raccogliendo la loro posta da im­bucare a Parigi e dandoci appunta­mento a Marsiglia.

Il giorno seguente, quando il Jumbo dell’Air France de­collò, Annette si commosse vedendo dal finestrino, nella larga virata che l’aereo compiva per far rotta verso la Francia, le insenature e gli ancoraggi che ormai conoscevamo a memoria.

Il passaggio dal caldo sole della Martini­ca al cielo umido e piovoso di Parigi fu un po’ brusco, e ci mise di fronte alla realtà del ritorno.

Avevo un po’ temuto questo momento, il pensiero di non riuscire ad adattarmi di nuovo al grigiore dell’inverno ed al rumore della città, ed invece mi accorsi con piacere che Parigi era ancora ai miei occhi la meraviglia di sempre; dentro pensavo che certamente è bello parti­re, quando però si può ritornare.

Ritorno all’Argentario
Annette da Parigi, io da Napoli e Mamaroa da Gibilterra, il 16 Marzo eravamo di nuovo insieme a Marsiglia.

Le ultime 80 foto, portate a sviluppa­re a Parigi, non erano purtroppo riu­scite, poiché la nostra macchina foto­grafica aveva un controllo elettronico dell’apertura del diaframma, e l’umi­dità e la salsedine avevano bloccato il congegno, senza che ce ne potessimo accorgere. Consiglio quindi, nel caso di uso prolungato a bordo di una bar­ca, l’acquisto di una macchina foto­grafica il cui funzionamento sia esclu­sivamente meccanico, oppure, meglio ancora, di una macchina subacquea.

Le operazioni di scarico di Mamaroa furo­no rapide, e dati i cordiali rapporti con l’equipaggio del Círcea, ottenni facil­mente di mettere la barca direttamente in acqua, e quindi ci trasferimmo con l’invasatura a rimorchio (che regalai al Club Nautico che ci ospitò) dal porto commerciale a quello vecchio nel cuo­re della città.

Armammo la barca senza alcun aiuto esterno, grazie ancora una volta alla leggerezza ed alla semplicità di installazione dell’albero. Questo in­fatti poggia in coperta sulla scassa, che è munita di alcune coppie di fori per la regolazione in senso longitudinale a se­conda che si desideri avere la barca più o meno ardente.

Per smontare o ri­montare l’albero, basta farlo ruotare intorno al perno di fermo infilato in una di queste coppie di fori, sostenen­dolo perchè non si abbatta di traverso, ed aiutandosi nel piano longitudinale con il verricello stesso dell’albero, uti­lizzando una drizza dopo averla assicu­rata a prua al punto di mura del fioc­co.

Dopo tre giorni, trascorsi facendo piccoli lavori ed aspettando che passas­se un colpo di Mistral, che manteneva il cielo limpido ed azzurro, ma che in­tirizziva le mani quando si lavorava sul ponte, Mamaroa era pronta a riprende­re il mare.

Le carte e pubblicazioni ne­cessarie le avevamo già a bordo, acqui­stammo solo un po’ di viveri, ed il 20 marzo lasciammo Marsiglia.

Dopo una sosta notturna alla isola Porquerolles, all’estremità est del golfo di Tolone, il mattino seguente proseguimmo, prua ad est sulla Giraglia, con una gradevole brezza di ponente, fiocchi gemelli e ti­mone a vento come ai bei tempi, seb­bene i pullovers e le cerate ci ricordas­sero che ormai le Antille erano lonta­ne.

Nella nottata il tempo cambiò, il mattino seguente il vento si stabilì dritto di prora rinfrescando sui 20 no­di, non era possibile proseguire per Capo Corso, e quindi dirigemmo su St. Florent, in fondo al golfo omonimo, di bolina stretta con mura a sinistra, fioc­co I e due mani di terzaroli alla randa, bagnati ed infreddoliti.

Nel pomeriggio apparvero le montagne della Corsica ammantate di bianco, ed in serata en­travamo in porto, dove attendemmo un giorno che il vento calasse.

Il 23 mattina partimmo alle 07,00, il bollet­tino era discreto, venti dal primo qua­drante forza 4-5, per cui quando, guar­dando il barometro, mi accorsi che era sceso paurosamente a 970 mb, pen­sai con leggerezza che lo strumento si era guastato.

Alle 12.00 eravamo a poche miglia da Capo Corso, ed Annet­te stava preparando una frittata, quan­do arrivarono le prime raffiche. In die­ci minuti si scatenò il finimondo, fa­cemmo appena in tempo ad ammaina­re il fiocco e subito dopo tutta la ran­da, la frittata passeggiava in cabina, ed una raffica tranciò di netto alla base la pala del timone a vento.

Il colpo di vento veniva da NNE, quindi scappammo in poppa con la sola tormentina a 5 nodi, per guadagnare il ridosso del golfo di St. Florent.

Dopo tre ore era tutto finito, comunque decidemmo che per quel giorno bastava così, e rientrammo in porto.

Il mattino se­guente telefonai al guardiano del fare della Giraglia, che ci aveva visti il gior­no prima e che ci fornì gentilmente le letture riportate dall’anemografo il giorno precedente (45-50 nodi con raf­fiche a 62); il giorno 25, finalmente riuscivamo a doppiare il Caposotto con un tiepido sole di primavera, a sera costeg­giavamo l’Elba, ed il mattino successi­vo, 26 Marzo alle 08.40, dopo aver bo­linato tutta la notte contro un fastidio­so vento di scirocco (il nostro mare è veramente capriccioso), entravamo a Porto S. Stefano, ormeggiando all’ami­chevole Cantiere dell’Argentario.

Eravamo proprio alla fine del viag­gio (dal 1 aprile riprendeva il lavoro) e la sera venne Maurizio con alcuni amici a festeggiare Mamaroa. La nostra mera­vigliosa piccola barca, nonostante le ol­tre 7000 miglia percorse, appariva in splendida forma; e non poteva essere altrimenti, perchè una barca invecchia rapidamente se resta abbandonata in un porto, mentre per mantenersi giova­ne ha bisogno, proprio come gli uomi­ni, di navigare.

Conclusioni
Ho cercato di fornire con questo racconto una panoramica dei problemi che ho dovuto affrontare insieme con An­nette per realizzare il nostro viaggio al­le Antille con Mamaroa.

Spero di avere dimostrato che non esistono particola­ri difficoltà, a condizione di avere una barca (non importa se piccola o gran­de, questo dipende dalle proprie possi­bilità economiche) costruita in modo semplice e robusto, sia come scafo che come attrezzatura di preparare adegua­tamente il viaggio, e di conoscere alme­no una lingua straniera, possibilmente l’inglese.

Prima di chiudere vorrei però esporvi alcune riflessioni, maturate in me durante questi mesi passati sul ma­re, che esulano dal campo puramente tecnico, ma che spero possano interes­sare, pur avendo valore strettamente personale e quindi discutibilissimo.

Per cominciare, dal momento che è necessario un certo ordine mentale per condurre una barca, c’è anche il peri­colo, se non ci si autocontrolla, di di­ventare eccessivamente precisi e pigno­li, e questo è un male, perchè un simile comportamento è in contrasto con la naturale semplicità della vita di mare.

Certo, l’essere “razionali (in questo, come in qualunque altro campo delle nostre quotidiane attività) è un vantag­gio, a condizione però di usare questa razionalità come strumento e non come fine, lasciando quindi lo spazio necessario alla fantasia ed alla poesia, senza le quali la vita perde il suo sapore.

Sarebbe infatti un peccato sciupare un’occasione per ritrovarsi con il mare, con chi si ama e con sè stessi, richiudendosi in un ottuso tecnicismo e limitandosi a macinare come dei ro­bot miglia su miglia. Anche perchè un’occasione per partire non si pre­senta spesso, anzi credo che (almeno per noi che lavoriamo per vivere) que­sta è la cosa più difficile da realizza­re.

Per riuscire a sganciarsi, sia pure per pochi mesi, da tutto quanto ci lega al nostro mondo, occorre infatti affrontare grossi sacrifici, ed essere sostenuti da una forte carica ideale.

Se manca questa carica, anche se il desiderio è forte, molto probabilmen­te si troveranno sempre scuse validis­sime verso sè stessi per non partire.

Personalmente, ho trovato la “mia” carica, oltre che nel desiderio di una pausa di riflessione nella mia vita di lavoro e di un ritorno pur tempora­neo alla vita semplice a contatto con la natura, soprattutto nella presenza di Annette al mio fianco. Senza di lei, senza il suo sorriso, la sua serenità e la sua calma (non ho mai visto An­nette avere paura di qualcosa, il suo fatalismo glielo impedisce), probabil­mente non sarei mai partito.

Da lei ho appreso, tra le molte cose, una cosa importantissima: si può vivere piacevolmente su una barca anche senza sapere nulla o quasi di vele, di rotte e di manovre, soltanto se lo si vuole (Annette possiede grandi capacità istintive) e se si è nello stato d’animo di accettare serenamente le difficoltà in nome de] piacere di trovarsi in ma­re. E che, contrariamente a quanto al­cuni pensano, è molto più facile per due persone che si vogliono bene an­dare d’accordo in mare che non a ter­ra, dove ì piccoli e stupidi problemi di ogni giorno creano senz’altro le maggiori difficoltà all’armonia.

E poi una coppia, in quanto nucleo vitale completo, risponde pienamente alle necessità di indipendenza di una pic­cola barca, che e un piccolo mondo che si muove nello spazio vasto del mare.

La vastità degli orizzonti spinge naturalmente l’uomo alla contempla­zione ed alla riflessione: dalla con­templazione trarrà gioia il credente, che vedrà nelle meraviglie e nel miste­ro dell’Universo la presenza di Dio, e trarrà conforto l’ateo, che troverà nel­la freddezza del vuoto assoluto degli spazi interstellari e nella perfezione del rapporto di causa ed effetto validi argomenti a sostegno della sua teoria, basata appunto sul principio di casualità.

Dalla riflessione poi ogni essere umano trarrà una lezione di umiltà, nel constatare per esempio che la pro­pria vita individuale non ha in effetti più importanza, almeno dal punto di vista biologico, di quella del delfino che accompagna gioiosamente la bar­ca, e che in natura conta sopra ogni cosa la continuazione, ed a volte più in generale la trasformazione nella continuità, delle specie.

Queste cose, che pure tutti conosciamo benissimo, sono più difficili da ricordare se restiamo chiusi nell’apparato protetti­vo-speculativo della specie umana che la civiltà industriale (sia nei sistemi li­berali che in quelli socialisti) cerca af­fannosamente di realizzare; al di fuori del cosiddetto mondo civile esistono altre realtà, altre filosofie di vita, al­tre verità, forse.

Ed allora? Siamo ve­ramente convinti che è qui da noi che si costruisce il futuro migliore per l’uomo?

Personalmente, non lo so più.

D’altra parte c’è il pericolo, in questo uscire dal guscio che è un viaggio in mare, di allontanarsi dalla comunità di appartenenza, isolarsi, il che forse non è giusto, “Libertà e partecipazione”, dice la bella canzone di Gaber, ed è soprattutto per questo che mi sono impegnato a scrivere questo racconto, non so con quale risul­tato.

Ma la libertà, credo, è qualcosa di più vasto ancora, essa è forse il tentativo, per ciascuno di noi, di co­noscere l’essenza della propria co­scienza morale: per ottenere ciò, oc­corre concedere all’individuo il massi­mo spazio, lasciandogli la scelta, per dirla in termini nautici, se seguire al gran lasco la corrente, oppure se risal­ire il vento ed il mare, anche contro tutto e contro tutti, se proprio lo ri­tiene necessario.

In fondo sposare una ideologia, nella politica come nella morale, può essere una soluzione, una comoda soluzione semplificativa, che ha il suo prezzo in termini di libertà.

Niente invece, credo, può appagare l’ansia di libertà dell’uomo, quanto il cercare di comprendere questo mes­saggio che viene dalla coscienza mo­rale, alla quale è impossibile sfuggire o mentire, e che è per sua stessa na­tura rivolta al bene, perchè l’uomo come individuo (e purtroppo non necessariamente come collettività, questo è il dramma) è rivolto al bene, anche se poi a volte la sua debolezza sembra affermare il contrario.

Ed ora vi lascio, cari lettori.

Per fortuna, le strade che ci si aprono da­vanti sono molte, ed il mare non è che una di queste strade.

Ad Annette ed a me è toccato in sorte, in questa breve parentesi vissuta su Mamaroa, di seguire l’invito di Beaudelaire, il poeta francese che ha scritto: “Uomo libero, tu amerai il mare”.

Massimo Cerracchio

 


Mamaroa, la barca di sette metri protagonista della crociera atlantica di 7000 miglia, Eccola mentre viene scaricata dalla stiva del grande cargo che l’ha riportata in Europa

A sinistra, lo sbarco a Marsiglia della nave Círcea: Annette porta a rimorchio la grossa invasatura che sarà regalata al locale club nautico. Di fianco, Fort de France capitale della Martinica dove “Mamaroa” ha terminato la sua lunga crociera atlantica e nei Caraibi